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Il gergo di Papa Francesco "Recen por mi"

© YASUYOSHI CHIBA / AFP

Terre D'America - pubblicato il 25/09/14

Un bergoglismo poco bergogliano? Forse. Ma a forza di chiederlo il Papa ci ha messo il copyright

di Jorge Milia

Sento già il mormorio di alcuni tra gli estimatori dei miei bergoglismi: “Ma questo no, non è come gli altri, non e un bergoglismo!”. Quelli che chiedono di pregare per se stessi sono tanti che nessuno può presumere di detenere il copyright. Il papale rezen por mi, secondo i critici, andrebbe piuttosto catalogato come una richiesta “di autore anonimo”. Probabilmente hanno ragione. Secondo me, però, dopo anni di incontri e carteggi, il rezen por mi ripetuto a voce o messo per iscritto, è diventata una cosa sua, di Jorge Mario.

E’ vero, molti invocano l’aiuto della preghiera altrui; il fatto è che tantissimi tra i molti pensano che sia lui il primo a rivolgere questo tipo di richiesta. Ho potuto osservare che le persone che si avvicinano per la prima volta al cattolicesimo, oppure coloro che si riavvicinano dopo anni di fede dimenticata, non coltivata o comunque addormentata, non capiscono molto bene la richiesta del Papa, ma la cosa stupefacente è che poi lo fanno, pregano veramente per lui.

Confesso che la sorpresa che certe volte ho colto sulla faccia delle persone alle quali Jorge Mario non ha chiesto altro che una preghiera, fa dà molto pensare. Mi ha spinto a chiedermi se veramente abbia creduto nel potere della stessa o se piuttosto non la considerassi una sorta di password per accedere ad una generica identità cattolica. Il concetto non è semplice. Lo ripeto al plurale. Ci sono quelli che sono rimasti ancorati alla pratica un po’ infantile e abitudinaria del Pater-Ave-Gloria, come una formula magica da ripetere in continuazione, il più velocemente possibile, alla stregua di quei nastri registrati a ciclo continuo. Se poi venissero a sapere dei “mulini” di preghiera tibetani che funzionano manualmente oppure col vento, immaginerebbero qualche marchingegno orientale, possibilmente a batterie e meglio se cinese, che gli facesse risparmiare anche il tempo che dedicano a quella preghiera automatica che solo nelle mani di Dio produce frutti.

In uno degli Esercizi Spirituali a cui ho partecipato nei miei anni di liceo nel Colegio de la Inmaculada Concepción di Santa Fe, un certo gesuita ci parlo della “preghiera come dialogo”; ci diceva che pregare non era come parlare con un muro ma con una persona. Credo che questa prospettiva abbia cambiato di molto il concetto di preghiera che avevamo. C’è anche un altro problema: tanti pensano che un dialogo debba ottenere, per forza, una risposta orale com’è orale la preghiera che formulano. In questo modo fissano un limite perché non concepiscono la possibilità che la risposta sia di altra natura, diversa da un messaggio di ritorno verbale. Il vocabolario di Dio è un altro, Lui parla attraverso i gesti, i fatti, le ispirazioni. In un modo o nell’altro risponde. Sempre. Ma con un linguaggio che non è della stessa natura di quello con noi possiamo dirigerci a lui.

Nella mia prima visita a Santa Marta, Papa Francesco mi raccontò di un personaggio di altissimo livello che gli aveva confidato di essere ateo; però davanti alla sua richiesta di pregare per lui aveva ammesso di essere stato colpito e confuso e dopo alcuni tentennamenti, decise di farlo davvero. Allora cercò di ricordarsi delle preghiere imparate da bambino e si mise all’opera. Dopo averlo fatto confidò al Papa che pregare lo aveva fatto sentire molto bene anche se non aveva mai pensato che questo gesto potesse portare qualche effettivo beneficio al suo destinatario. Anche così, con questo dubbio, pensava di perseverare, non per una questione di fede ma per i benefici che pregare per il Papa stava apportando alla sua stessa vita.

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