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La profetica – e disprezzata – voce di Benedetto XVI a Ratisbona

© OSSERVATORE ROMANO ARTURO MARI / POOL / AFP
GERMANY, Regensburg : This picture released by the Vatican 16 September 2006 shows Pope Benedict XVI giving a speech at the Regensburg (Ratisbonne)University, Germany, 12 September. The Vatican said on Saturday. "The Holy Father extremely sorry that certain passages of his speech appeared offensive to Muslim believers and were interpreted in a way that does not correspond in any way to his intentions," said the Vatican's new secretary of state, Tarcisio Bertone. AFP PHOTO / OSSERVATORE ROMANO / POOL
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Aveva invitato l'islam al dialogo partendo dalla ragione, e tutti – incluso l'Occidente – lo hanno attaccato senza pietà

di Jorge Traslosheros

Mentre la violenza dell’autoproclamato Stato Islamico si rivolge contro i cristiani, gli yazidi e altre minoranze, nuove voci si uniscono alla condanna. Tra queste, spiccano quelle del mondo musulmano, da quelle ben articolate degli imam della Gran Bretagna o del King Abdullah Bin Abdulaziz International Centre for Interreligious and Intercultural Dialogue (KAICIID), con sede a Vienna, passando per intellettuali e giornalisti di varie latitudini, fino a commoventi manifestazioni da parte di gente semplice. La condanna è unanime. I fanatici manipolano l’islam, pervertono il Corano e tradiscono la religione che dicono di professare. Mi ricordano la lezione di Ratisbona del professor Ratzinger.

Il 13 settembre 2006 Joseph Ratzinger, allora Benedetto XVI, ha visitato l’Università di Ratisbona, dove in passato aveva insegnato. Ha pronunciato una memorabile lezione che oggi risuona con forza. Ha parlato della vocazione naturale delle religioni alla giustizia e alla pace, la cui realizzazione dipende dalla corretta articolazione tra fede e ragione, a sua volta uno dei grandi topici della sua teologia e del suo magistero. Ha spiegato che, quando manca il dialogo, si presentano le patologie della ragione e della religione che le fanno scivolare, all’estremo, nel fanatismo. Allora, di fronte all’ascesa dell’irrazionalità mascherata da fondamentalismo, ha lanciato una sfida ai musulmani per condannare la violenza come mezzo per imporre la fede, senza scusare peraltro i cristiani.

Papa Benedetto XVI aveva messo il dito nella piaga. Tre lezioni devono essere ricordate. Da un lato, il mondo mediatico e intellettuale dell’Occidente, che si dice espressione di tolleranza e libertà, si è lanciato con violenza irrazionale contro Ratzinger accusandolo di essere fanatico e provocatore, quando in realtà aveva rivolto un invito al dialogo nella ragione. Dall’altro lato, coloro che tradiscono il Corano hanno lanciato condanne incendiarie chiamando a ulteriore violenza. In entrambi i casi hanno dato ragione a Ratzinger. Gli uni e gli altri si sono mostrati affetti dalle patologie descritte nella lezione di Ratisbona.

La reazione più interessante e decisa è venuta dall’islam. Un nutrito gruppo di leader e intellettuali musulmani ha firmato una lettera nella quale raccoglieva la sfida del dialogo. L’epicentro è stato il Regno di Giordania, ma si è esteso rapidamente a varie latitudini. Nel testo, oltre a segnalare il proprio disaccordo con il professore, sono stati condannati quanti pretendono di imporre con la violenza “sogni utopistici nei quali il fine giustifica i mezzi”.

È giusto dire che la lezione e la lettera non hanno avviato il dialogo tra cristiani e musulmani, ma senza dubbio sono stati un fattore importante per promuoverlo a livelli mai visti prima. Oggi, è certo, questo dialogo sta dando frutti non solo tra certe élites, ma anche tra la gente comune, che molto prima che apparissero questi fanatici aveva fatto della convivenza interreligiosa la propria forma naturale d’essere e oggi protesta perché vuole continuare a vivere nello stesso modo. A mio avviso, è la voce più potente tra quelle che possono essere ascoltate. L’incontro tra la gente semplice e l’intellettualità mi riempie di speranza. Quando questo rapporto si alimenta con pazienza e costanza, allora genera movimenti culturali potenti.

La memorabile lezione di Ratisbona ha avuto altre conseguenze che oggi possiamo osservare in un interessante chiaroscuro. Le parole di Ratzinger hanno dato maggiore impulso a un’idea nata dalla realtà delle persecuzioni religiose del XIX secolo e della prima metà del XX viste alla luce del Vangelo, espressa chiaramente nel Concilio Vaticano II, alimentata dal Magistero pontificio successivo e articolata al meglio dalla diplomazia della Santa Sede. Si vuole fare della libertà religiosa una delle pietre angolari del Diritto e delle relazioni internazionali. Da qui il costante sforzo della Chiesa per favorire la voce dei leader e dei movimenti religiosi che cercano la pace mediante la giustizia di modo che si generino ambienti di convivenza armoniosa in ogni società, iniziativa chiamata genericamente “lo spirito di Assisi”. La libertà religiosa deve quindi diventare cultura con il sostegno deciso delle politiche pubbliche dei vari Stati. Uno dei più importanti promotori di questa proposta, per citare un esempio significativo, è stato il dottor Thomas Farr, che dirige il Religious Freedom Project al Berkeley Center for Religion, Peace and World Affair dell’Università di Georgetown. Purtroppo, né negli Stati Uniti né nell’Unione Europea si è voluta ascoltare la lezione di Ratisbona o la proposta della Chiesa, e men che meno le eccellenti ragioni articolate da accademici e diplomatici di varie latitudini. Quando le religioni li incrociano sul loro cammino, il che accade continuamente, perdono il senso della realtà accecati dalla propria arroganza. I tentativi di farli tornare alla ragione sono interpretati come una violazione del loro laicismo radicale. È un peccato.

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