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Identità di genere: una riflessione antropologica, una prospettiva sociale

© SHUTTERSTOCK
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Le conseguenze politiche dell’ideologia gender nell’orizzonte della Dottrina sociale della Chiesa

In questa mia relazione non descriverò in cosa consista la cosiddetta ideologia del genere e non ne farò la storia[1]. Mi concentrerò solamente sulle sue conseguenze politiche. Il mio orizzonte di riferimento è la Dottrina sociale della Chiesa.

L’origine della  comunità politica
La prima conseguenza dell’ideologia del gender sulla società riguarda l’origine stessa della società. La sessualità umana non è indifferente alla costituzione e alla costruzione della società. Quando la DSC ripetutamente sostiene che all’origine della società c’è la famiglia e che questa è una società naturale anteriore allo Stato fa riferimento alla identità sessuata dell’uomo e della donna[2]. Questa identità sessuata di carattere polare contiene due aspetti fondamentali per la società: il primo è la complementarietà o reciprocità che fonda la socialità come relazione di accoglienza, il secondo è l’apertura alla vita che fonda la società in quanto proietta il genere umano nel futuro. In ambedue queste dimensioni – la complementarietà tra i coniugi e l’apertura alla vita – si produce l’atteggiamento di accoglienza, senza del quale la società non esiste. Ciò va detto in due sensi. Di uno di questi due sensi parlerò più tardi. Dell’altro possiamo parlare ora e consiste nel non vedere l’altro come un avversario ma come un complice. Lo sguardo per cui l’altro non è ciò che mi ruba il mondo ma è complice nella costruzione di qualcosa che ci comprende entrambi ha la sua origine nella complementarietà uomo-donna. Per cui se l’atteggiamento di accoglienza non c’è lì, nel momento iniziale e costitutivo della vita sociale, ci si chiede come potrà esserci dopo, negli altri aspetti della vita comunitaria. Per questo la Caritas in veritate dice che  «Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiranno. L’accoglienza della vita tempra le energie morali e rende capaci di aiuto reciproco. Coltivando l’apertura alla vita, i popoli ricchi possono comprendere meglio le necessità di quelli poveri, evitare di impiegare ingenti risorse economiche e intellettuali per soddisfare desideri egoistici per i propri cittadini e promuovere, invece, azioni virtuose nella prospettiva di una produzione moralmente sana e solidale, nel rispetto del diritto fondamentale di ogni popolo e di ogni persona alla vita» (n. 28).

L’ideologia del gender pone all’inizio non una coppia ma degli individui astratti in quanto asessuati. Mentre maschio e femmina sono complementari, individui astratti e asessuati non lo sono. La loro genitalità non è espressiva di una più ampia sessualità di tipo antropologico, ma diventa neutra e, quindi, fungibile in modo diverso. La genitalità si scinde dall’identità sessuata ei diventa tecnica. Gli ideologi del gender accusano i fautori della complementarietà maschio e femmina di intendere la genitalità in modo fissista e, quindi, di depotenziarne il significato. Invece è il contrario, perché qui la genitalità è espressione di una identità antropologica sessuata portatrice di senso, là diventa invece un neutro strumento tecnico privo di volto. O la socialità c’è fin dal primo momento in una coppia complementare e aperta alla vita o non si costruisce più in seguito, se non in senso estrinseco e tecnico. Questo è un primo punto.

Una società in-naturale, ossia una “dissocieta”.
Una seconda conseguenza riguarda il concetto di natura e di natura umana in particolare. L’ideologia del gender nega l’esistenza di una natura umana considerandola frutto di scelta personale, culturale o ideologica. In questo senso l’ideologia del gender è figlia del “costruttivismo” moderno, secondo il quale la realtà è una costruzione sociale

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