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La proposta del Papa e il sonno dell’ONU

© Public Domain
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La comunità internazionale deve assumersi la responsabilità di agire ma soprattutto di trovare soluzioni che non siano distruttive

di Riccardo Cascioli

Ma il Papa ha dato il suo benestare all’intervento militare in Iraq oppure al contrario ha frenato le richieste che arrivano pure dai vescovi cattolici? Questa è la domanda che era nell’aria ieri sera dopo la conferenza stampa sull’aereo che lo riportava a Roma dopo i quattro giorni in Corea. Il Papa ha risposto a una serie di domande che vanno dalle crisi internazionali alle sue abitudini private (clicca qui per la trascrizione integrale della conferenza stampa), con il suo solito stile colloquiale, ma certamente sono state le parole sull’Iraq quelle che hanno maggiormente attirato l’attenzione dei media. 

Dal punto di vista dottrinale papa Francesco non ha detto nulla di nuovo o di diverso rispetto a quanto sostenuto dai suoi predecessori, ma ha anche chiarito alcune questioni concrete che nascono dall’esperienza anche recente.

Il primo punto fermo è che «dove c’è un’aggressione ingiusta, è lecito fermare l’aggressore». Ma il Papa ha sottolineato la parola «fermare», perché non significa automaticamente «bombardare, fare la guerra», e qui ha fatto riferimento alle tante volte che «sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto la vera guerra di conquista». Non è che un intervento militare diretto sia escluso ma non può deciderlo «una sola nazione». Gli interventi adeguati a fermare l’aggressore, ha detto il Papa, vanno valutati e decisi in sede di Nazioni Unite.

Nelle parole di papa Francesco si può cogliere anzitutto la preoccupazione che a decidere – come già accaduto diverse volte in questa regione – siano gli Stati Uniti da soli, e che una vera e propria guerra poi non faccia che peggiorare una situazione già tragica. Ma al momento questo sembra un rischio remoto: né gli Stati Uniti né gli altri paesi occidentali dimostrano la minima voglia di coinvolgersi direttamente in una guerra contro l’Isis, per riportare a casa cristiani e yazidi costretti a fuggire verso il Kurdistan.

Tanto è vero che poco prima della conferenza stampa, è stato l’inviato del Papa in Kurdistan, il cardinale Fernando Filoni, ad appellarsi – attraverso Radio Vaticana – a un intervento urgente della comunità internazionale prima che sia troppo tardi per queste minoranze religiose. Anche Filoni parla di Nazioni Unite, ma anche a New York al momento non sembra esserci grande fretta nell’affrontare la situazione.

Si torna dunque alla domanda: intervenire sì, ma come se si vuole avere qualche speranza di fermare gli uomini del Califfato e salvare i cristiani? Una pista aggiuntiva l’aveva suggerita qualche giorno fa il nunzio apostolico presso l’Onu di Ginevra, mons. Silvano Tomasi, che aveva sottolineato la necessità di bloccare il flusso di soldi ed armi che arrivano agli jihadisti, soprattutto dai o attraverso i paesi del Golfo. Ma anche questa non è una soluzione semplice, anche perché a questo punto gli jihadisti possono contare sull’autofinanziamento, attraverso la conquista di territori e popolazioni che vengono saccheggiate, o anche con i rapimenti.

Soprattutto è ormai necessario capire che la guerra scatenata dagli jihadisti non è un fatto locale, c’è un collegamento non solo ideale tra quanti – in nome dell’islam – combattono in Medio Oriente, in Africa e anche in Asia. E anche l’Europa è sempre più nel mirino. Forse non a caso papa Francesco, sempre nella conferenza stampa – e pensando sicuramente anche ad altre situazioni di crisi – ha evocato la Terza guerra mondiale, in cui saremmo già, «ma fatta a pezzi, a capitoli». 

Per questo è più che mai necessario che si svegli l’Onu, ovvero che siano per primi i paesi occidentali a far sì che le Nazioni Unite prendano decisioni urgenti e adeguate. Prima che Usa ed Europa si ritrovino a dover combattere sul proprio territorio quella guerra che non hanno voglia di «fermare» in Medio Oriente e in Africa.

Qui l’originale

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