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Come dev’essere il cristiano in politica? Ce lo dice Gesù

© Margaret Bourke-White

Aleteia - pubblicato il 29/07/14

Ci sono due tentazioni: quella di un cristianesimo apolitico, di una fede limitata alla devozione e al culto, e quella di un cristianesimo politico identificato con un sistema di governo

di Rafael Luciani

Noi cristiani crediamo che la pratica storica di Gesù sia il criterio di discernimento per comprendere il nostro rapporto con la politica, l’economia e la religione. Egli ci mostra come la vita di ogni persona sia sacra, e ci insegna che ogni relazione deve cercare la nostra umanizzazione nel contesto di una libertà corresponsabile che ci renda soggetti, e non oggetti o sudditi.

Quando dimentichiamo o non conosciamo la prassi storica di Gesù, appaiono due grandi tentazioni: da un lato, credere in un cristianesimo apolitico, ovvero in una fede senza rapporto con i processi di umanizzazione sociale, limitata alla devozione e al culto; dall’altro, vivere un cristianesimo politico identificato con un sistema di governo che si propone come la presenza del Regno di Dio in questo mondo. Entrambi i casi negano il Dio di Gesù.

Possiamo vivere una fede vuota, che è rimasta confinata al culto e alla devozione, come se questi fossero atti magici che sostituiscono la relazione personale con Dio e con il fratello (Gc 2,15-17). O forse siamo caduti nella tentazione dell’idolatria, mediante la promozione di adesioni assolute a soggetti o sistemi politici, economici e religiosi che si proclamano salvatori ed esigono culto. Ci siamo abituati a cedere lo spazio di Dio ad altri (Dt 6,4-6).

È quindi necessario ricordare che la condizione politica del cristiano non può essere di idolatria, né ideologica. Non è escludente perché si basa sulla fraternità solidale e non violenta di Gesù, in cui tutti siamo figli di Dio e fratelli gli uni degli altri, prima che figli della patria (Col 3,11). Questo passa per un impegno personale nei confronti dello sviluppo di tutto il soggetto umano e di tutti i soggetti, indipendentemente dalla loro posizione ideologica, economica o religiosa (Lc 6,27-28.35). È l’autentica scommessa per la causa fraterna di Gesù (1 Gv 2,4).

Non possiamo lasciarci incantare solo dal fine ultimo e dalle mete di un determinato sistema di governo, anche se è il più nobile che possa esistere. Bisogna discernere la validità etica e la verità morale dei mezzi che si utilizzano.

Possiamo riconoscere la veracità di una determinata azione politica a seconda del fatto che faccia fronte ai problemi reali della società o meno. È anche possibile formulare un giudizio sulla sua efficienza o no. In base alla sequela di Gesù siamo chiamati a interrogarci sulla verità di queste pratiche e la validità dei mezzi che si adottano.

Una pratica politica non è moralmente vera quando promuove discorsi e atteggiamenti di divisione sociale, esclusione di gruppi e manipolazione di coscienza, generando culti idolatri nei confronti dei loro leader e proclamando loro adesione eterna. È qui che una società misura la sua reale portata umana e la sua fede. Come ha insegnato Gesù, “Ma voi non fatevi chiamare ‘rabbì’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8). Non ci sono due Signori.

Rafael Luciani
rlteologiahoy@gmail.com
@rafluciani

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
cattolici in politicapolitica
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