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I barboni celesti

© Trey Ratcliff - stuckincustoms.com / Flickr

This is Manea&nbsp;<br /> Manea&#039;s dream is to go back to Romania and find his mother. He smiles inside his beard, looking upward.<br /> &nbsp;<br /> Manea is currently homeless and thinks his mother may be dead, or worse, she may not remember him.<br /> &nbsp;<br /> Recommended Viewing: Large On Black<br /> &nbsp;<br /> All Rights Reserved - Trey Ratcliff - From Stuck In Customs www.stuckincustoms.com

Roberto Beretta - Vinonuovo.it - pubblicato il 11/07/14

Qualche riflessione (anche italiana) a partire da un reportage pubblicato da «La Croix» sui clochard che "vivono" nelle chiese di Parigi

Ho sempre avuto un debole per i barboni: sì, i senza fissa dimora, i clochard, quelli che dormono sotto i ponti. Al di là della umana pena per loro, mi attira forse la contestazione totale agli schemi sociali e ancor più la domanda radicale che rappresentano, addirittura in modo autodistruttivo: «Perché vivo? Qual è il senso?».

Ho quindi letto con estremo interesse, su «La Croix» (il quotidiano cattolico francese) di domenica, un originalissimo reportage sui «barboni celesti» – così sono chiamati nel titolo: ovvero i clochard che "vivono" nelle chiese di Parigi. Sembra che il fenomeno sia ben più usuale che da noi, al punto che ci sono "residenti fissi" in molte chiese, in fondo alle quali c’è addirittura il "deposito" dei loro bagagli. Un parroco ha persino lanciato una colletta per tenere riscaldata la chiesa tutto il giorno durante l’inverno, così da offrire agli ospiti un po’ di conforto (e – nota bene – ha raccolto ben 50.000 euro…).

I barboni hanno solo tre divieti: bere alcolici, chiedere l’elemosina e dormire sdraiati sulle sedie (possono farlo invece seduti); e vi si attengono. Ma soprattutto si scopre che questi emarginati hanno una grande percezione della sacralità del luogo e sovente frequentano la chiesa anche per… pregare! Nemmeno tutti sono cristiani (parecchi senza casa sono ovviamente immigrati dal terzo mondo), tuttavia hanno un fortissimo senso di Dio.

È commovente leggere le dichiarazioni che queste persone hanno rilasciato al reporter: c’è chi pone ai fedeli che incontra domande religiose («Chi ha creato Dio?»; «Lei pensa che Gesù sia reale?»), chi crede che «Gesù mi raggiungerà, se io cerco di raggiungerlo seriamente», chi scrive poesie sacre su foglietti raccattati, chi chiede perdono davanti a un’immagine sacra (uno ne ha persino dipinta una, ora esposta in un altare laterale), chi riesce a placare le sue angosce esistenziali e a dormire solo in chiesa, chi addirittura si astiene dall’entrarvi se è ubriaco, per rispetto…

Non si tratta di tracciare un quadro idilliaco, né di nascondere i problemi che una situazione del genere indubbiamente reca con sé – d’altra parte giustamente il quotidiano francese accosta al reportage un riquadro storico sui «santi folli» nella storia della Chiesa e su san Benedetto Labre, il pitocco morto nel Settecento nella chiesa di Roma dove viveva da disadattato. Però non ho potuto fare a meno di accostare quanto ho letto (senza alcuna volontà di trarre conclusioni affrettate o populiste: lo dico per i miei affezionati commentatori) a due fatti apparsi contemporaneamente sui giornali: la polemica tra Curia e Comune di Milano sull’apertura delle chiese ai rifugiati e l’esortazione di Papa Francesco – in contesto differente – a «rompere gli schemi, altrimenti non ne usciamo».

Quando si dice che occorre «ripartire dai poveri»: i più poveri di tutti, quelli che hanno «rotto gli schemi» di qualunque vivere sociale, portano certo disordine e sconcerto, però possono aiutarci a ripensare i tanti, troppi schemi del nostro vivere cristiano; che li facciamo dormire in chiesa oppure no. E chi ha orecchie per intendere…

Qui l’originale

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senzatetto
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