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Invecchiare: una avventura spirituale

© oneinchpunch/SHUTTERSTOCK

Dimensione Speranza - pubblicato il 10/07/14

La vecchiaia non è l'anticamera della morte, ma una fase della vita in cui ripensare le priorità

di Luciano Manicardi

E’ difficile definire la vecchiaia: si tratta di un fenomeno molto complesso alla cui "costruzione" concorrono elementi biologici, genetici, fisici, psicologici, patologici, ma anche culturali, sociali, ambientali. E poi è un fenomeno molto personalizzato, che non consente troppe generalizzazioni. Il modo in cui si invecchia è molto influenzato dalle "immagini" della vecchiaia. L ‘antico adagio latino secondo cui senectus ipsa morbus est (la vecchiaia è una malattia) è arbitrario, privo di veri fondamenti scientifici perché dovrebbe essere smentito anche dal fatto che oggi si invecchia sempre più in buona salute. Che l’anziano abbia più probabilità di ammalarsi e che conosca delle malattie specifiche della vecchiaia è un dato di fatto, ma l’equivalenza vecchiaia-malattia, così come vecchiaia-dipendenza sono tutt’altro che scontate. Eppure mai come oggi la vecchiaia è medicalizzata, e questa è la via per negare la vecchiaia come evento della vita per non vedervi che un corpo da curare.

Vi è un’immagine socialmente costruita della vecchiaia che influenza molto il nostro modo di pensarla, affrontarla e viverla. Avendo perso i ruoli sociali che lo definivano, l’anziano si trova spesso a vivere la vecchiaia come ruolo:
"La società non riconosce più le persone come dirigenti, casalinghe, operai,…. ma le omogeneizza in una nuova categoria, la categoria sociale dei vecchi" (Renzo Scortegagna), a volte raggruppati in quei "parcheggi per anziani in cui la parola "speranza di vita" ha qualche cosa di incongruo per non dire di francamente osceno" (Jean Maisondieu). Il legame vecchiaia-morte, il fatto che sia sentita come quel periodo tra la fine dèlle attività vitali (pensionamento, fine della capacità riproduttiva della donna, ecc.) e la morte, ne fa una sorta di anticamera della morte: la vecchiaia parla della morte e questo la rende temibile e porta a rimuoverla. I vecchi, sono sentiti anche come ingombranti e inutili? Forse non e’ un caso che molti anziani si diano la morte o evadano nella demenza senile. La morte dello spirito consente di non aver più presente al proprio spirito la morte stessa.

Oggi la vecchiaia non sembra potersi inscrivere all’interno di alcun processo di simbolizzazione culturale. In un contesto culturale che non sa amare la vecchiaia anche il vecchio è indotto a non amarsi: muore socialmente, prima che fisicamente. Una società che si struttura nella lotta contro il tempo, che inculca l’illusione di restare sempre giovani, che rimuove la morte, non può che rifiutare anche la vecchiaia: e più la morte è sentita come inaccettabile, più i vecchi, che la rappresentano più da vicino, divengono oggetto di vera emarginazione. Si colloca qui il problema di vivere la vecchiaia come avventura spirituale, di fare della vecchiaia un atto. Si tratta anzitutto di cogliere la vecchiaia come un’età della vita, con le sue prerogative e opportunità proprie. 

La vecchiaia è vita: imparare a invecchiare è imparare a vivere. Jung ha sottolineato la vecchiaia come tempo propizio per l’interiorizzazione e il teologo Karl Barth ha scritto che questa fase della vita offre all’uomo la possibilità di vivere per grazia, non per dovere. Nella vecchiaia semplicemente si è. In questo, la vecchiaia è un’età di verità: non ciò che facciamo ci definisce, ma ciò che siamo. Inoltre l’uomo è pienamente uomo anche nella vecchiaia: abituati a leggere la vecchiaia sotto il segno del meno. e della fine, dimentichiamo che l’anziano è colui che ha vissuto di più di altri, e in ogni caso, che proprio nella debolezza dell’anzianità si fa più forte l’imperativo di custodire e aver cura dell’umano che è in noi e negli altri che ospita noi e gli altri. E ci ospita in tutte le fasi della vita. E’ un umano, in noi e negli altri, di cui non siamo padroni, ma ospiti. Accanimento terapeutico e eutanasia rischiano di dimenticare questa verità assolutamente fondamentale. I compiti spirituali, attinenti cioè al senso della vita e all’umanizzazione dell’esistenza, sono molteplici nella vecchiaia: far fronte a crisi e cambiamenti, ridisegnare gli equilibri della vita di coppia con la riorganizzazione degli spazi e dei compiti domestici (dopo la pensione e il passaggio dal lavoro alle attività), affrontare ed elaborare lutti e perdite (sia di persone care che di possibilità e prestazioni), affrontare poi le diminuzioni e le debolezze connesse alle malattie che possono insorgere, far fronte a paure e terrori: paura del proprio annientamento, paura del dolore, paura della dipendenza, paura della perdita di autonomia, paura della perdita del controllo sulla propria vita, paura del potere dei medici, paura di essere abbandonato, paura della solitudine, paura di dover gravare sui propri cari, paura del dopo-morte. Eppure la vecchiaia può essere un’età più libera di altre e consentire, sempre ovviamente relativa alle condizioni di salute personali, di ri-organizzare creativamente il proprio tempo e i propri spazi, le attività (viaggi, impegni sociali, letture e studio..): occorre osare progetti e darsi mete da raggiungere, scoprire che debolezza, frugalità lentezza, possono essere dei valori… La vecchiaia è un dono che non tutti conoscono (Gesù non l’ha conosciuta): una concezione positiva della vecchiaia come dono la porta a cogliere anche come "opportunità" e come compito e aiuta la capacità di adattarsi alle situazioni di diminuzione e perdita. Il tutto permette di rimpiazzare una assenza intollerabile con una presenza interiore approfondita. Il compito spirituale della vecchiaia sta in un approfondimento di sé e in una parallela apertura all’esterno, al mondo e agli altri.

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spiritualitàvecchiaia
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