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La differenza tra un hashtag e una «Ave Maria»

Peter Baxter
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La riflessione di un blogger americano: in una società post-preghiera, la risposta alla consapevolezza crescente delle atrocità diffuse nel mondo sta diventando la campagna Twitter

di Bad Catholic

Il mondo di oggi ci pone con sempre più facilità davanti agli occhi dolore e ingiustizie. Non dobbiamo nemmeno accendere più la tv: spuntano direttamente sullo schermo del nostro computer o dello smartphone. E la reazione spontanea sta diventando altrettanto immediata: un Tweet o l’adesione a una campagna con un particolare hashtag. Ma c’è ancora posto per la preghiera o non si tratta – in fondo – di un suo surrogato laico? E che cosa della preghiera si perde in questo tipo di meccanismo? Proponiamo alla riflessione dei nostri lettori ampi stralci di un articolo apparso qualche settimana negli Stati Uniti sul blog Bad Catholic ospitato sul sitoPatheos.com.  
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Oggi siamo molto più consapevoli del male rispetto a qualsiasi altra generazione venuta prima di noi. Veniamo raggiunti da storie di malattie che non avevamo mai sentito, da conflitti in Paesi di cui non sappiamo nemmeno pronunciare i nomi. Tra un video su un gatto e l’altro, siamo aggiornati su attentati terroristici, genocidi, uragani, omicidi, stupri. Siamo quotidianamente aggiornati su sofferenze insopportabili.

Nonostante internet tenda a livellare le tragedie facendole diventare oggetti di interesse come tutti gli altri – proponendo ad esempio le immagini delle crocifissioni in Siria accanto ai nachos pubblicati su Instagram, entrambi con la possibilità di dire "mi piace" – noi sappiamo che non possiamo rimanere neutrali di fronte a queste atrocità. Il rapimento delle ragazze nigeriane, i bambini soldato di Joseph Kony in Uganda sono ingiustizie. Sono atrocità inenarrabili. Conoscerle significa, in qualche modo, diventare responsabili rispetto a queste storie.

È lo stesso principio che abbiamo applicato alla Germania nazista. Abbiamo condannato i cittadini che sapevano dell’esistenza dei campi di concentramento fuori dalle loro città e non hanno fatto nulla. Per cui è chiaro: essere a conoscenza dell’ingiustizia comporta la responsabilità di portare giustizia. Diventa però meno chiaro quando i campi di concentramento sono i circuiti delle donne schiave dello sfruttamento sessuale in Arabia Saudita, la nostra «città» sta in Virginia e il canale attraverso cui lo veniamo a sapere è una rete televisiva come NPR. Siamo ancora responsabili rispetto a un male che conosciamo a distanza? E se sì, come possiamo rispondere a qualcosa che immediatamente e tangibilmente non abbiamo la possibilità di cambiare?

Per i cristiani la risposta è ovvia: preghiera e digiuno. Il mondo è grande, le distanze sono immense, ma Dio è uno e viviamo tutti in Lui. Quindi non c’è sofferenza a cui non possiamo rispondere, nessuna ferita personale per la quale non possiamo intercedere, nessuna guerra straniera per la quale non possiamo invocare la pace. Lo abbiamo visto ad esempio per la giornata di digiuno e preghiera chiesta dal Papa per la Siria.

Ma in una società post-cristiana, e più in generale, in una società post-preghiera, la risposta alla nostra consapevolezza crescente delle atrocità sta diventando sempre di più la campagna su Twitter. Per scavalcare la nostra impotenza di fronte all’ingiustizia e alla sofferenza, twittiamo, condividiamo e, più in generale, ne parliamo.

Prendiamo la campagna Kony2012. Abbiamo percepito un male – le azioni di Joseph Kony, che riduce in schiavitù i bambini. Abbiamo avvertito una responsabilità – bisogna fermarlo. E per ottenerlo abbiamo fatto crescere la consapevolezza. Ne abbiamo parlato. Lo abbiamo reso una celebrità. L’idea era semplice: se creiamo abbastanza movimento, qualcuno – magari l’Onu, gli Stati Uniti o il governo ugandese – lo fermerà. Siamo nel 2014 e Kony è ancora lì al suo posto. Abbiamo smesso di parlare di lui e delle sue azioni. Abbiamo smesso di stare male per i suoi bambini-soldato. Nel frattempo Josph Kony che riduceva in schiavitù i bambini è stato una massiccia, orchestrata conversazione americana su Joseph Kony che riduceva in schiavitù i bambini.

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