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Gli schiavi del crack, gli ultimi del Brasile

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Lucandrea Massaro - Aleteia - pubblicato il 23/06/14

Nella patria dei mondiali, l'esplosione del benessere si è accompagnata alla dittatura del consumo.

Viviamo una crisi epocale e questo perché sono in crisi la vita, il suo valore, i rapporti e le persone. Trionfano da varie parti il pensiero debole, il relativismo intellettuale e morale e soprattutto il consumismo, l’edonismo con la ricerca della felicità a qualsiasi prezzo. Si corre il rischio di essere ridotti a cose, oggetti scartabili, comprati e gettati, idolatrati e subito dimenticati. Il progresso ci ha aperto la possibilità meravigliosa di una comunicazione globale e di fare del mondo una casa comune, ma è sempre più difficile dialogare con i figli, tra marito e moglie, tra papà e mamma, tra vicini di casa, tra colleghi di lavoro e di scuola, tra Chiese e tradizioni religiose differenti. Siamo spesso isole che vorrebbero comunicare, ma ci sentiamo sempre più soli e persi nell’anonimato; persino la comunicazione con Dio diventa difficile”.

E' in questa “diagnosi” dell'umanità che bisogna muoversi per capire il dramma del nostro tempo, dramma che per alcuni è divenuto vero inferno in terra. Quello della droga. In questa analisi – tratta dal libro “Dall'inferno, un grido per amore. Tra gli schiavi del crack” (Paoline, con una prefazione di Chiara Amirante) schietta e in tanti anni di prete di strada sta il racconto crudo e pieno di Grazia di padre Renato Chiera, sacerdote, che da 36 anni, gira per le strade del Brasile tra gli ultimissimi, scheletri ambulanti alla ricerca della loro dose quotidiana di oblio: il crack, forse la peggiore droga del mondo. Crudele perché immediata, e contemporaneamente dall'effetto brevissimo, crea una dipendenza quasi istantanea, è fatta con la cocaina e gli scarti di qualsiasi cosa, perfino la calce. Va fumata e provoca danni incredibili anche ai polmoni e al cuore.

E' una droga senza fascino bohemienne, da “perdenti”. In questo inferno dantesco delle “crackolandie” di Rio, padre Renato ricorda un grido disperato: “« Dateci Dio e la sua parola o non riusciremo a uscire da qui ». Non mi era mai arrivata una richiesta di aiuto così chiara e forte in quarantasette anni di prete. Mi ha fatto pensare molto: di quale Dio ha bisogno questo mondo, tanto disperato da consolarsi consumando droghe fino a morire? Oggi si vendono molti volti di Dio, tanto differenti tra loro. L’uomo, in questi tempi, ha bisogno non tanto di maestri, ma di samaritani che si chinano sulle ferite dell’umanità che vuole sentirsi amata da un Dio padre e madre, misericordia infinita, che non condanna, ma vuole solo salvare. Il mondo è ferito e ha bisogno di sentirsi figlio: solo così riuscirà anche ad ascoltare e ad accettare valori proposti dalla Chiesa”. Vengono davvero in mente le parole e gli insegnamenti, ma ancora di più i gesti, costanti di Papa Francesco, tanto esaltati proprio perché anche nel cinismo dei media, filtra la necessità che quel gesto, quella carezza, quell'abbraccio, quel sorriso, sia rivolto a noi, a ciascuno di noi. Figuriamoci quanto amore necessitano le donne e gli uomini che don Roberto, nel suo cammino nel “mondo della notte”, nelle strade, incontra quotidianamente.

Ed è notizia di questi giorni secondo cui la polizia, in sette anni i morti causati da operazioni di polizia a Rio sono stati oltre 5.500, ma secondo le ong sono addirittura il triplo. Intanto, l’Unicef avverte che nell’ultimo mese sono state circa 3.800 le segnalazioni di violenza su bambini e adolescenti e che in Brasile sono circa tre milioni i ragazzi e le ragazze di età tra i 10 e i 17 anni coinvolti nel lavoro minorile. Padre Renato Chiera, fondatore della “Casa do Menor”, a Rio dei Janeiro, da 36 anni è al fianco dei ragazzi di strada, i "meninos de rua", e che a Radio Vaticana (23 giugno) dice che: “la "cracolandia" è lo specchio di una società drogata. Ma il governo non capisce questo, purtroppo. Ha una visione molto materialista: è un problema sociale, economico, ma lo affrontiamo come problema di polizia… Il governo lo vede come un problema di sicurezza pubblica. Noi cerchiamo di far capire al governo che il problema è molto più serio. Ma il governo non ha la condizione di arrivare all’anima, non ha questi strumenti per captare questo grido che io capto stando con loro. Non ce li ha. A Rio, il governo vede il problema della "cracolandia" come un problema di polizia: è un cammino errato, perché queste persone che sono in queste periferie della società sono già state buttate via, hanno ricevuto molta violenza, e noi vogliamo salvarli facendo loro altra violenza? Il governo sta occupando le favelas per cacciare il narcotraffico e sta facendo retate contro i suoi figli, perché ne ha paura. È un approccio poliziesco di sicurezza. Le favelas e le "cracolandie" sono zone di guerra, piene di poliziotti permanenti che stanno in queste aree da cui hanno cacciato i trafficanti, ma loro sono rimasti. Adesso, è un momento di tumulto perché i trafficanti stanno ritornando e stanno aggredendo i poliziotti, più di cento poliziotti sono stati uccisi”. La violenza chiama violenza.

Guarda la fotogallery dei murales che raccontano la realtà brasiliana del mondiale:





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