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Maria: il cristianesimo e quella donna come incipit della Storia

© Guidochiesa.net
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Cresciuto in un tempo dove la discriminazione contro donne e bambini era legge, il rapporto tra Maria e suo figlio ha rivoluzionato la vicenda dell’umanità

Fino a pochi anni fa, stranamente, non le era stato dedicato alcun film. Maria di Nazareth era sempre apparsa sul grande schermo come figura se non marginale sicuramente laterale rispetto alle vicende umane di Gesù. Io sono con te, il film di Guido Chiesa del 2010, ha finalmente narrato la sua storia, e con essa quella dei primi anni di Gesù. La pellicola è stata discussa presso la cattedra “Donna e Cristianesimo alla Pontificia Facoltà Teologica “Marianum”, in un incontro dal tema Il volto di Maria: trasposizioni cinematografiche. Quella di Chiesa è l’opera di un laico che ha scoperto, quasi d’improvviso, il bisogno di raccontare da dove nascesse l’idea di “amore” che Gesù ha predicato da adulto e che alla fin fine è, per credenti e non credenti, linguaggio di ogni relazione e risposta universale ai conflitti. Aleteia ha incontrato il regista Guido Chiesa e lo ha intervistato.

Perché ha voluto raccontare Maria?

Chiesa: Il film nasce da un’idea di mia moglie, Nicoletta Micheli, la quale proviene come me da un background decisamente poco interessato a questioni religiose. Un giorno incontra fuori dalla scuola delle nostre figlie un’altra mamma, credente, che le comincia a parlare di Maria da una prospettiva che parte dal femminile, dalla maternità, che non era affatto contraria alla dottrina, ma la illuminava rispetto a lati di questa figura che sono un po’ oscuri. Anche l’espressione “piena di grazia” di per sé non ci restituisce bene il senso dell’incarnazione, che poi è il motivo per cui lei è oggetto di culto. Questo incontro per mia moglie, che aveva già vissuto due volte la maternità, è stato folgorante. Nicoletta inizia quindi un percorso di avvicinamento al Cristianesimo e mi suggerisce di fare un film su quest’argomento. Io all’inizio sono ostile, per tanti motivi diversi. Comincio a cambiare idea quando scopro con mia sorpresa che film su Maria non sono mai stati fatti (a parte Mater Dei del 1950, molto agiografico, il primo film italiano a colori). Una seconda resistenza mia viene meno quando degli amici produttori, cresciuti in ambienti di Sinistra, ci dicono, “sarebbe una storia bellissima!”. La mia terza riguardava il fatto che la religione non mi interessava più di tanto: questo è stato un percorso più lento, ma via via mi sono accorto che avevo una posizione pregiudiziale su certi argomenti, che usavo espressioni in materia impropria. Io sono molto razionale, e mi sono accorto che non c’era nulla di irrazionale in una storia come questa. In questo passaggio mi ha aiutato enormemente l’esperienza della paternità, che aveva procurato un grande inciampo nella mia vita, perché mi ero accorto di non essere il padre che avevo sempre pensato sarei stato. Poiché la storia di Maria partiva proprio dal rapporto tra genitori e figli, ci sono cascato in pieno, parlava delle cose che a me toccavano. E la proposta, che è quella del film ma soprattutto del Vangelo, è mettere “l’amore” al primo posto, vedere la Rivelazione cristiana come amore. Io verificavo nella mia concreta esperienza, che ogni volta che mettevo al primo posto l’amore le cose funzionavano, il rapporto coi miei figli migliorava. C’era una grande razionalità in tutto questo.

Come ha costruito il film?

Chiesa: Il racconto che volevamo fare era quello della maternità di Maria e dell’infanzia di Gesù. L’obiettivo era quello di raccontare che Gesù può parlare di amore da adulto nella sua predicazione perché ha conosciuto l’amore, quello incondizionato da parte dei suoi genitori: un padre che accetta di sposare la sua donna nonostante la legge gli permetta di ripudiarla, un patriarca che si fa da parte, che decide che il suo privilegio di parte maschile è meno importante del rapporto madre-figlio. Qui la dottrina non è negata, ma è allargata da parte umana: Gesù è perfettamente Dio e perfettamente uomo, perché ha avuto una vita nell’amore. Da dove è venuta fuori la frase di Gesù: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli”. Lasciamo perdere i popoli cosiddetti pagani che erano notoriamente poco tolleranti coi bambini, per usare un eufemismo, ma la stessa pedagogia ebraica era basata sull’obbedienza rigida e sulle punizioni corporali. Nel Siracide si dice: “Chi ama il proprio figlio usa spesso la frusta, per gioire di lui alla fine”. Questa non è metafora, è concretezza, ed è la pedagogia che ha dominato il mondo fino ad ora. Invece Gesù mette il bambino al centro. Il vero cristiano deve essere come un bambino. Ed è scandalosa ancora oggi quest’idea: nonostante duemila anni di Cristianesimo, in Occidente il bambino è considerato un adulto imperfetto. Gesù dice: solo loro capiscono, noi no.

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