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Il tatto

PHB.cz (Richard Semik)
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Che cosa sono i sensi se non ‘porte dell’ anima’, sentinelle e messaggeri, mediatori tra la materia e lo spirito, veicoli del piacere, del desiderio,del dolore?

di Antonio Mastantuono

«Sentinelle misteriose di un ‘di più’ che nella festa si annuncia e si promette allo sguardo trasfigurato, all’olfatto avvolto e catturato, al contatto sfiorato, all’udito accarezzato, al gusto assaporato. La linfa del mistero pasquale scorre nei sensi avvolti e coinvolti senza i quali la festa non è vera festa»(P. Tomatis). Vie alla conoscenza, chiavi per affrontare e decifrare la realtà. Che cosa sono i sensi se non ‘porte dell’ anima’, sentinelle e messaggeri, mediatori tra la materia e lo spirito, veicoli del piacere, del desiderio,del dolore?

Iniziamo dal tatto: «… quello più bisognoso di avvicinamento. Deve toccare per ricevere. In cambio, rispetto agli altri sensi non ha una sede sola. È sparso sull’intera superficie. Il tatto sa gustare l’impalpabile di una brezza, l’avviso della fiamma, l’assedio del gelo, l’accostamento lento di due amanti fino allo sfioramento. È il più elettrico dei sensi, il primo che si sveglia nel grembo della madre, fratello maggiore degli altri» (Erri De Luca).

Se nella vita materiale il tatto è il più rozzo dei sensi, perché offre una conoscenza imperfetta e limitata della realtà, in quella spirituale – secondo i mistici – è il più fine. Superiore perfino alla vista, diceva san Bonaventura, perché procede dalla carità che, tra le virtù teologali, è «la più unitiva», cioè quella che più ci avvicina a Dio e agli altri

Espressione del desiderio, il tatto diventa metafora dell’incontro con Dio. I santi di ogni tempo se nello Spirito e per lo Spirito hanno cercato le vie dell’Alto, hanno anche chiesto che l’Alto toccasse la loro pelle fino a sconvolgerla e a inebriarla, così come sembra avvenire nella contemplazione di Teresa d’Avila, la grande mistica immortalata da Canova che, in preda all’estasi sconvolgente, avverte un abbraccio violento d’amore che sconvolge la totalità dei sensi. E il vocabolario del tatto finisce per designare l’estasi mistica, l’abbandono amoroso, la stretta e l’abbraccio di Dio.

Lungo la storia, il linguaggio dei teologi oscilla tra realismo e allegoria. Se in Origene (che per primo elaborò la dottrina dei sensi spirituali) prevale la rottura, anzi la separazione di piani tra le facoltà dell’ anima e quelle del corpo, dieci secoli dopo, negli scritti di san Bonaventura, si sottolinea invece la continuità tra corpo e spirito. E il ‘senso’, anche quello spirituale, è definito come la facoltà che ci consente di conoscere qualcosa come presente. Nella sua teologia degli affetti, Bonaventura assegna al tatto un ruolo centrale perché esso – anche se in caligine, cioè come a tentoni, nell’oscurità – ci fa sperimentare la presenza di Dio. Nel tatto si esprimono la virtù della carità, il dono della saggezza e la beatitudine della pace: ecco perché, secondo il teologo francescano, esso è il più spirituale tra i sensi.

1. Nella Scrittura

Concreta, con i piedi per terra, l’antropologia biblica, nel suo ricco alfabeto di gesti, assegna al tatto, anzi all’atto del toccare, una molteplicità di significati e di funzioni. E non a caso la mano è l’organo del corpo che nella Bibbia è citato più di ogni altro (oltre millecinquecento volte). In un linguaggio ancora oggi familiare alle culture del bacino mediterraneo – e non solo – il tatto esprime, così, l’atto creatore, la forza, la tenerezza di Dio e lo slancio dell’uomo, la misericordia, il perdono, la compassione e il desiderio, un desiderio ardente, erotico.

Il Signore tocca la bocca del profeta Geremia, prima di affidargli la sua missione: «Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca. Ecco, oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni, per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare» (Ger 1,9s.). Un angelo tocca Elia, ormai allo stremo delle forze, e gli ordina di mangiare (1 Re 19,4-6). Un altro angelo, un serafino con in mano un carbone ardente, tocca la bocca di Isaia, cancellando con quel gesto l’iniquità e il peccato di colui che è stato scelto come profeta (Is 6,6). Allo stesso modo, «uno con sembianze di uomo» tocca le labbra di Daniele, prostrato da una lunga penitenza, e gli rende le forze (Dn 10,16-19). Purificare, infondere sicurezza e coraggio è il trasparente significato di questi gesti.

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