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Intimità spirituale e intimità familiare

Public Domain

<h2 class="itemTitle">Intimit&agrave; spirituale e intimit&agrave; familiare: l&rsquo;esperienza della fede e le trasformazioni dello stile nelle relazioni familiari.</h2>

Dimensione Speranza - pubblicato il 29/04/14


3. «Dire Dio» e genere sessuale

Io credo che qui dietro ci stia una riflessione teologica che meriterebbe di essere approfondita e che, anche in questo caso, mi limiterei a introdurre per sommi capi.

Indubbiamente l’identità trinitaria del Dio cristiano rappresenta una delle concettualizzazioni più interessanti e allo stesso tempo più ingombranti per l’esperienza cristiana. Ingombranti, perché il tentativo di procedere deduttivamente dalla nozione di Trinità all’esperienza del Dio trinitario si rivela, a mio parere assolutamente fallimentare se non si focalizza precisamente su ciò che la nozione stessa di Trinità sta a dire: e cioè che, in qualche misura, una tale nozione ha la pretesa d’incorporare in se stessa l’esperienza e non invece di fare dell’esperienza di Dio un momento secondo di quella nozione4. In questo senso, ancora una volta, ad essere ingombrante è una cortocircuitazione storica della nozione di "persona". In tal modo, agendo per metafora, esperienzialmente non sembra troppo difficile almeno ricorrere agli "oggetti", in senso psicoanalitico (vagamente e letteralmente "transazionali", in senso winnicottiano), del Padre e del Figlio, ma quando entra in scena lo Spirito Santo sono guai! Ed è singolare questo se consideriamo quanto la stessa Scrittura utilizzi per lo Spirito Santo un universo simbolico totalmente diverso da quello utilizzato per il Padre ed il Figlio. La nozione di persona, almeno nell’attuale contesto semantico, assai difficilmente salva quella distanza scritturistica. Mi domando se la cosa sia di poco conto e se il semplice rimando al dogma trascurando la posizione biblica non rischi di fabbricare un piccolo mostro ermeneutico.

Vorrei dire: la struttura trinitaria del Dio cristiano più che mettere in evidenza un’improbabile forma di coabitazione "fra tre", evidenzia la partecipazione storica della persona umana alla realtà di Dio, nella persona di Cristo.

Mi sono chiesto molte volte come mai, almeno dal punto di vista della struttura dei testi, al centro dei sinottici si trovi la professione di fede di Pietro, ma preceduta da quella «strana» richiesta di Gesù: «Voi chi dite che io sia?»5. Banalmente mi domando: perché lo voleva sapere? Non sarà che nella kénosis del Figlio ci sta anche la consegna di sé alla rappresentazione storica della persona, perché questa, nella logica del mistero trinitario è più che rilettura soggettiva di una verità oggettiva? Sarebbe come dire: la verità del Figlio, precisamente a partire dalla struttura trinitaria di Dio, è già nell’ "interpretazione"(in senso ricoeuriano) della persona umana. Ovvero: nella prospettiva della kénosis, il Figlio è ciò che la persona umana "dice" di Lui non perché necessariamente la persona umana dica il vero, ma perché essenzialmente è kenotica la natura del Figlio.

4. Comunicabilità e incomunicabilità

Queste considerazioni sono per giungere a dire ciò che interessa lo specifico di questa riflessione. La relazione con Dio, l’esperienza della fede, l’esperienza spirituale cristiana non sono del tutto comunicabili perché il Dio "detto" è sempre un Dio "interpretato", non per questo meno vero, ma certo diverso da persona a persona e specificamente diverso in ragione del genere sessuale6. Certo esiste una differenza che potremmo chiamare di tipo qualitativo e una differenza di tipo quantitativo. Ovvero: la possibilità che il "dire Dio" consegni un Dio diverso dipende anche dal grado di prossimità all’interno del quale quel nome è pronunciato. Eppure quanto più cresce l’intimità, dunque la personalizzazione dell’esperienza cristiana, tanto più l’esperienza si qualifica e da ciò si differenzia.

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famiglia
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