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L’adultera perdonata

Jean Louis Mazieres / Flickr / CC

Dimensione Speranza - pubblicato il 28/04/14


Un discorso che rimane aperto

Ma quali sono i termini che troviamo nei brani citati? In Gv 8 la colpa della donna è indicata come moicheia (adulterio). In Mt 5,27 Gesù, che ha richiamato la legge e dunque il comandamento «non commettere adulterio», indica come tale anche il peccato commesso dall’uomo che guarda con concupiscenza (epithymia) una donna. E, ai vv. 31 e 32, adulterio è ancora quello a cui è indotta la donna che il marito ripudia e sempre adulterio è quello commesso da colui che la prende con sé. In tutti questi casi a essere usato è il verbo moicheuo. In Mt 5,32 è però anche usato il termine porneìa, fornicazione. Adulteri e fornicazioni sono accostati in Mt 15,19 nell’accorato ricondurre l’impurità non a ciò che viene dall’esterno ma a ciò che promana dall’interno, dal cuore dell’essere umano. Da lì germinano omicidi, adulteri, fornicazioni, furti, falsa testimonianza, bestemmia. Quanto a porneia lo ritroviamo non solo come generico indicativo di fornicazione, ma anche come termine qualificante la prostituzione. Rinviamo ad altro momento l’approfondimento di quest’ultimo termine. Infatti è la contiguità stabilita con altre azioni connesse alla sfera sessuale a motivare l’amplificazione del comandamento, la suaabnorme estensione. Ci basta per il momento registrare l’atteggiarsi diverso di Gesù, il suo prestare attenzione agli aspetti intimi e interiori più che all’azione nella sua cruda immediatezza. Prima dell’adulterio e, se si vuole prima dell’impudicizia, c’è la corruzione del cuore, l’incapacità sua di orientarsi verso l’altro/a con un atteggiamento di rispetto. In gioco è l’epithymia, la concupiscenza cui si soggiace passivamente ricusando di orientare altrimenti la propria vita. Sia chiaro – l’ho già affermato – a rendere peccaminoso il desiderio non è la domanda dell’altro/a, che anzi è questa la molla, il sale buono del vivere. È piuttosto l’orientarsi dissennato e sregolato, l’op-porsi al disegno di Dio. A ciò si aggiunga la disinvoltura con cui Gesù mette in questione l’atteggiarsi dei benpensanti, di quelli che, senza appello, disinvoltamente condannano il peccato degli altri e quello solo.

Domanda d’amore profonda

Quanto a Gesù, se ci troviamo dinanzi a una condanna senza appello di ciò che è disordine, impudicizia, prostituzione, dobbiamo anche costatare come la colpa non si abbatte sul peccatore o sulla peccatrice senza lasciargli scampo. Al contrario a prevalere sono il perdono e la misericordia. La radicalità insomma colpisce il peccato, non chi lo commette e che invece va ricondotto a pentimento e a conversione, proprio a partire dal peccato stesso, dalle dinamiche che l’hanno generato. La molla spesso è un’errata domanda, un mal riposto desiderio che in quell’azione, in quella scelta vede l’ottimizzarsi della propria vita. A essere stigmatizzata è, dunque, l’incapacità di orientare la domanda, non la domanda in sé stessa. Non avrebbero altrimenti senso le parole di Gesù alla peccatrice in casa di Simone, il suo perdonarle i peccati «perché molto ha amato». E, d’altra parte, proprio il contrasto tra ciò che Simone non ha fatto e che la peccatrice, invece, ha fatto, ci svelano il dramma di una domanda d’amore assai profonda, intatta nel suo valore, malgrado la dissennatezza della scelta. Ed è rispondendo a questa infinita abissale domanda di senso, oltre il fallimento, oltre il peccato, che Gesù la congeda dicendo: «La tua fede ti ha salvata: va’ in pace!».

(da Vita Pastorale, n. 7, 2013, pp. 58-59)

qui l’articolo originale

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Tags:
matrimonio
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