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Possiamo stare dalla parte di Dio e attentare contro l’ambiente?

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Ary Waldir Ramos Díaz - Aleteia - pubblicato il 24/04/14

Gesù preferiva ciò che era fragile: avrebbe allora una preferenza anche per la fragilità del nostro ambiente martoriato, afferma il professor Lucas Cerviño

Questo martedì si è celebrata la Giornata Mondiale della Terra. Aleteia.org ha intervistato il professor Lucas Cerviño, che ha parlato di recente a un congresso a Roma sul rapporto tra teologia e protezione dell’ambiente, relativamente alle voci non confermate in Vaticano per cui papa Francesco starebbe preparando la prima enciclica sull’ecologia nella storia della Chiesa.

Cerviño è stato invitato dall’università del papa, l’Urbaniana, al Congresso Internazionale sull’America “Incontri fra popoli, culture e religioni – strade per il futuro”. Il giovane teologo argentino vive da più di 10 anni in Bolivia ed è docente e coordinatore delle ricerche presso l’Istituto Latinoamericano di Missiologia dell’Università Cattolica Boliviana (UCB).

A suo avviso, è un dovere risvegliare la coscienza dei credenti e l’azione pastorale della Chiesa sulla difesa dell’ambiente. Le conseguenze dei cambiamenti climatici hanno ripercussioni sulle popolazioni più povere del pianeta, ha affermato. “Gesù aveva una preferenza per ciò che è fragile”, per cui sarebbe un difensore dell’ambiente. Abbiamo tutti la possibilità di fare qualcosa, iniziando da una vita più sobria. Cerviño paragona una vita equilibrata con l’ambiente a una pianta che assorbe dalla terra solo ciò che le è necessario per sopravvivere.

Il deterioramento dell’ambiente interpella la teologia? Come?

La crisi ecologica spinge la teologia a riflettere su come si stabilisce nell’essere umano il rapporto con il creato, con la natura, con il cosmo. La domanda è: dov’è Dio in questo rapporto che si stabilisce in una questione ecologica? Come e dove mi relaziono con il sacro? Dove sono i miei punti di forza nella mia spiritualità con il sacro?

Allora sì, manteniamo questa concezione per cui incontro il sacro in un rapporto personale con Dio, intimo nella preghiera, nell’amore per il prossimo che sarebbe già il passo successivo, ma non vedo in questo decentramento dal mio ego e nella relazione con la natura il rapporto con Dio. Vale a dire che finché non si equilibra questa armonia continueremo a tendere verso una teologia antropocentrica, per quanto alla fine possiamo darle un tocco ecologico. Credo quindi che la crisi ecologica chieda alla teologia una riflessione.

La teologia sta arrivando tardi al disastro ecologico che stiamo provocando?

Non so se dire “la teologia”. La Chiesa può arrivare tardi o non affrontare certi argomenti. Il tema dell’ecologia si può riscontrare nei documenti, ma quello che dicevo è che nella coscienza del credente, nella pastorale, nelle missioni, questi temi non interessano, anche in America Latina. Non si toccano, anche se dovrebbero essere temi centrali.

Già nel 1992, quando Leonardo Boff ha scritto il suo libro “Grido della terra, grido dei poveri”, univa le due cose; da lì c’è un’intuizione molto chiara. Possiamo essere d’accordo con Boff o meno, ma l’intuizione è chiara, e sono passati molti anni…

La crisi ecologica, la questione ecologica è l’agorà del XXI secolo, è la piazza pubblica in cui ci incontriamo tutti. Su questo tema bisogna affrontare il problema sociologico, ecologico, i rapporti con le culture, perché lì è la diversità, ed è un tema dal quale dipende la nostra vita. Forse la mia no, ma se ho un minimo di coscienza è un problema per le generazioni future.

Devo quindi iniziare da ora. Devo imparare ad ascoltare l’altro che la pensa in modo diverso, l’altro che ha un’impostazione, l’altro che ha la sua cultura. Ecco l’aspetto che sfida e che è molto bello.

Il problema del disastro ecologico interessa soprattutto i poveri. Può spiegare meglio questo aspetto?

Il rapporto sullo sviluppo umano del 2013 dice chiaramente che le vittime sono i poveri. Gli effetti dei cambiamenti climatici – deforestazione, siccità, piogge, inondazioni… – si verificano dove ci sono le popolazioni più povere, che sono quindi quelle che soffrono di più: non hai denaro, le tue condizioni di vita non ti aiutano a uscirne e lo Stato non ti aiuta… Chi ha la possibilità si trasferisce. Nelle città, quando ci sono inondazioni, terremoti e altre calamità naturali, alla fine quelli che soffrono di più sono i poveri.

Partendo da una visione cristologica, lei parlava di curare il nostro ambiente naturale come una proposta d’amore verso tutto il creato…

Gesù aveva una preferenza per ciò che è fragile, per questo ho parlato del tema dell’ambiente come di un bene fragile. Cosa significa bene fragile? Quando si vede la fragilità, se si ha un minimo di coscienza si reagisce. Quando si vede una persona anziana che ha bisogno di qualcosa, si reagisce. Con un atteggiamento di attenzione, di protezione, di conservazione, siamo capaci di guardare all’ambiente. Gesù agiva davanti a ciò che era fragile. La compassione per gli ultimi, per le loro fragilità, è un’opzione cristologica.

Noi rendiamo fragile la terra?

Sì. C’era già un equilibrio molto fragile, e noi l’abbiamo rotto, l’abbiamo peggiorato. Possiamo però apportare qualcosa per non finire di rompere questo equilibrio. Non ho, ad ogni modo, una visione apocalittica. Credo che come cristiano dobbiamo anche dare speranze di fronte a questa crisi ecologica. Non è una speranza che consiste nel rimanere a braccia incrociate e continuare a fare lo stesso, ma è il fatto che Dio agisce nella mia storia […]. In questa esperienza spirituale, dare un apporto per recuperare la creazione, che ha i suoi gemiti di pace.

Come possiamo seguire l’esempio che ci chiede papa Francesco di cambiare il nostro stile di vita?

Una vita austera, che non significa povertà o miseria, ma condurre una vita sobria. Vivere con il necessario. Un esempio: una pianta assorbe i sali e l’acqua di cui ha bisogno, non assorbe più acqua o più sali di quelli che le sono necessari. Se fossimo capaci di vivere con questa logica le relazioni con gli altri, le relazioni con i beni naturali, con i beni artificiali… Ciò non vuol dire andare a vivere in campagna; nella nostra quotidianità c’è molto da cambiare.

Il mondo è in pericolo e ha bisogno di noi […]. Condurre una vita sobria è decentrarsi. Bisogna conservare la natura, rispettando il ritmo dell’ambiente.

[Ha collaborato a questo servizio Maria Paola Daud].

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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