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Di mano in mano

© Public Domain
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Uno sguardo su un dettaglio insolito dell’Ultima Cena.

di Chiara Bertoglio

Passa di mano in mano il pane. Dalle mani sue, che l’uso della pialla ha reso callose e profumate di legno; a quelle dei pescatori, provate dalle funi, dai remi e dal sole; a quelle del pubblicano, curate ma troppo agili nel maneggiare il denaro; a quelle furtive dello zelota, abituato ad agire di nascosto e a trattare con le armi. Tutte sono mani che, tanti anni fa, si sono strette per la prima volta attorno al dito del loro papà e della loro mamma, rinnovando l’incanto della prima maternità e paternità. Tutte sono mani abituate a tergersi il sudore del lavoro quotidiano sotto il sole di Galilea.
E si passano la coppa, in un gesto di amicizia e convivio. Di solito ridevano, e Pietro tirava fuori qualche battuta delle sue. Ora se lo porgono l’un l’altro con un po’ di timidezza, quasi che temano di rompere il calice (peraltro di grezza terracotta) con le loro mani grandi, robuste, più potenti che raffinate. È come se si passassero un bimbo neonato: attraversa i loro occhi lo stupore per il miracolo, l’incanto per la bellezza, la paura di infrangere qualcosa di stupendo e fragile.

Lui sorride. Nel suo sguardo ci sono tutti loro. Tutti i passi camminati insieme, tutte le loro debolezze, le loro fatiche, le loro risate, le loro incomprensioni, le loro rivalità, la loro amicizia, la loro fedeltà.
“Un poco ancora e non mi vedrete… Ma la vostra tristezza si tramuterà in gioia. Anche la donna, quando partorisce, è afflitta: ma poi non si ricorda più della sofferenza per la gioia di un nuovo uomo che è nel mondo”.

Qui l’originale

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