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Quegli sbirri in dialogo sulla vita e la morte

© HBO
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«True Detective» è un mirabile esempio di come il binomio sacro/serialità televisiva possa essere declinato al meglio

È davvero auspicabile che qualche televisione di casa nostra acquisti i diritti per la trasmissione nel nostro Paese di True Detective, la serie tv cult negli Usa al punto da aver incontrato il favore, si dice, anche della First family. Definirla semplicemente una detective story è quanto di più riduttivo si potrebbe fare: interpretata da Matthew McConaughey (fresco vincitore dell’Oscar per la magistrale interpretazione del rude texano scopertosi sieropositivo in Dallas buyers club) e da Woody Harrelson, True Detective è piuttosto un mirabile esempio di come il binomio sacro/serialità televisiva possa essere declinato al meglio, offrendo allo spettatore un prodotto di primissima qualità.

I due impersonano una coppia di detective (Rust Cohle e Martin Hart) sulle tracce di un serial killer. L’azione si svolge in una assolata ed opprimente Lousiana, splendidamente fotografata, nell’arco temporale di diciassette anni. Punto forte della serie tv (oltre l’interpretazione dei protagonisti) è certamente la regia di Cary Joji Fukunaga, ma ancor di più la sceneggiatura di Nic Pizzolato, romanziere, qui alla sua prima e riuscitissima prova come autore per la televisione. Sì, perché sono proprio i dialoghi tra i due protagonisti principali ad avvincere lo spettatore e a tenerlo incollato allo schermo. I due non rappresentano certamente lo stereotipo della coppia di sbirri cui ci ha abituato tanta cinematografia americana: Martin è apparentemente un tipo solido con una bella famiglia (anche se progressivamente ne verranno fuori le debolezze) mentre Rust è decisamente più cupo: un nichilista-materialista che pensa che l’uomo non sia altro che una marionetta (come dice in un passaggio del telefilm) cui ad un certo punto vengono tagliati i fili. In realtà, la sua non è stata un’esistenza facile: il suo matrimonio non ha retto alla morte di una bambina ancora piccola ed è evidente che lui non ancora elaborato questo immenso dolore.

È proprio dai dialoghi dei due detective (anche se non solo da essi) che emergono quindi tematiche estremamente stimolanti: la vita e la morte, il bene e il male, il perché del dolore e così via. Lo stesso finale dell’ultima puntata della serie (tranquilli: non si spoilera, come si dice in gergo) è stato interpretato in chiave cristologica. Certamente, ai grandi quesiti dell’esistenza umana non vengono fornite risposte, ma suscitare domande ed inquietudini è già quanto mai importante. Anzi, potrebbe addirittura essere definita una forma di pre-evangelizzazione.

E tutto questo mentre da noi, per coniugare il binomio sacro/serialità televisiva bisogna ricorrere al buon Don Matteo o alle brave suorine de "Che Dio ci aiuti". Un po’ troppo poco, sinceramente.

Qui l’originale

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