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L’ascesi ha un senso?

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Enzo Bianchi - Dimensione Speranza - pubblicato il 21/03/14

Questa parola giunge a noi carica di un passato di ambiguità, esagerazioni e deviazioni che la rendono quantomeno sospetta ai contemporanei

E’ estremamente delicato affrontare il tema dell’ascesi cristiana. Questa parola giunge a noi carica di un passato di ambiguità, esagerazioni e deviazioni che la rendono quantomeno sospetta ai contemporanei.

Spesso, e ben presto nella tradizione cristiana, l’ascesi si è nutrita di un modello antropologico dualista, fondamentalmente estraneo alla mentalità biblica, che ha favorito il sorgere di atteggiamenti spirituali di «fuga dal mondo», di contemptus mundi, di diffidenza nei confronti del corpo e delle realtà materiali. La riscoperta della Scrittura, la svolta antropologica e la sua de-ellenizzazione, la nascita di una teologia delle realtà terrestri, di un apprezzamento positivo del corpo e di tutte le realtà create, impongono oggi un ripensamento radicale dell’ascesi cristiana. Da un lato, infatti, questi elementi nuovi offrono l’opportunità di una purificazione ed evangelizzazione dell’ascesi, dall’altro contribuiscono a porre in crisi la necessità stessa. E certamente si deve riconoscere che la seconda metà di questo secolo segna una crisi dell’ascesi cristiana, crisi tanto più forte in quanto non verte sul come dell’ascesi (quali pratiche o metodi sono accettabili e quali no), ma sul perché, sul senso dell’ascesi stessa, dunque sulla sua necessità.

Noi abbiamo dimenticato il carattere corporeo dell’ascesi, e di fatto al cristiano è chiesta oggi dalla chiesa soltanto la coerenza morale individuale, un’obbedienza tanto necessaria quanto ovvia a comandamenti di utilità sociale. La vita cristiana si esaurisce in un certo modo di comportarsi, in un codice di buona condotta, e ormai sono passati alcuni decenni senza trasmissione del punto focale della vita cristiana, sicché l’ascesi anche solo come parola è alquanto incomprensibile. La verità è che è andata perduta la trasmissione dell’esperienza di Dio: questa, se è autentica conoscenza di Dio, non si fa solo con categorie intellettuali né solo con l’assolvimento della morale degli uomini religiosi, ma avviene con la partecipazione corporea, con la partecipazione di tutto l’essere umano. Solo in uno spazio di sequela che conglobi la carne, il corpo, è possibile la partecipazione eucaristica: altrimenti il corpo del Signore chi lo incontra? Una mente, o l’uomo intero con la sua psiche e la sua carne?

Senza ascesi si vivrà un cristianesimo ideologico e molle, pieno di buone intenzioni, ridotto a un movimento che fa riferimento a Gesù di Nazaret… La debolezza attuale della fede cristiana (non la debolezza paolina in cui si fa epifanica la potenza di Dio!) non è dovuta anche a questa dimenticanza della dimensione ascetica?

Certamente su questa crisi pesa anche, e in maniera notevole, l’atmosfera culturale dominante, la pressione esercitata dal modello consumistico della nostra società che induce bisogni e spinge alla loro immediata soddisfazione: in tale contesto è ovvio che parole come «rinuncia» o «sacrificio» non trovino spazio. Figuriamoci poi parole come «digiuno» o «veglia». Non si può non condividere in toto il giudizio di Christos Yannaras: «Nel clima odierno, per un gran numero di cristiani, l’ascesi anche solo come parola è alquanto incomprensibile. Se uno parla di digiuno e di continenza e di volontaria limitazione dei desideri individuali è sicuro che sarà accolto da ironia o da un’aria di condiscendenza»4.

L’ascesi è una necessità umana innanzitutto: chiunque scelga un fine si impone dei mezzi per raggiungerlo, escludendo tutto ciò che impedisce di raggiungere celermente tale fine ed esercitandosi in ciò che assicura la realizzazione della ricerca. Dunque l’ascesi, o disciplina, o esercizio, è un valore umano importante e necessario. Si dovrà però sempre ricordare che, essendo un mezzo, essa è sempre relativa perché non è lo scopo; d’altronde questo lo hanno sempre detto tutti i maestri spirituali. Anche Budda ammoniva: «O monaci, tutti i mezzi impiegati per ottenere un merito non hanno il valore di un sedicesimo di amore».

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