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Apocrifi, i vangeli dell’ombra

© Public Domain
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Infinitamente diversi fra loro e complessi,offrono una fonte insostituibile per completare la storia incerta che il cristianesimo merita

di Eric Vinson

Una foresta, tanto oscura quanto affascinante. Questo è ciò che si scopre quando si affronta il corpus immenso dei testi “apocrifi” cristiani, parola presa dal greco e che significa alla lettera nascosti, segreti. Invocando figure bibliche – Salomone, Isaia, Gesù, Maria, gli Apostoli – come autori o come eroi, questi scritti misteriosi sono infatti assenti dal “canone”, cioè dalla lista ufficiale delle opere riconosciute come “divinamente ispirate” e “degne di fede” dalle Chiese. Esclusi così dalla Rivelazione, non attirano per questo meno, da molto tempo, esegeti e storici del cristianesimo.

Riservati a lungo agli specialisti, questi libri complessi e lacunosi suscitano anche il crescente interesse del pubblico, sempre più appassionato per questa avventura bimillenaria. Soprattutto quando essa implica direttamente Gesù e i suoi, come fanno i molti racconti raggruppati sotto il nome di Vangeli apocrifi. Lo testimoniano per esempio le polemiche sui famosi manoscritti gnostici scoperti a Nag Hammadi (Alto Egitto) nel 1945, lo stupefacente successo dei documentari di G. Mordillat e J. Prieur o anche la recente uscita presso la prestigiosa Pléiade del secondo tomo degli Écrits apocryphes chrétiens; lo testimonia soprattutto – in un modo più fantasioso – il trionfo planetario del Codice Da Vinci, il cui intreccio riposa sullo sfruttamento della vena apocrifa a proposito delle relazioni di Gesù e Maria Maddalena. Vangelo di Tommaso, di Giacomo, di Pietro, di Maria… Ignorati a lungo o sottovalutati dai cristiani a causa della loro cattiva reputazione da parte degli ecclesiastici, i Vangeli apocrifi sembrano infine uscire dall’ombra… Ma come vi erano caduti?

Una storia problematica

Per i lettori contemporanei, spiegano i responsabili dell’edizione della Pléiade, vorremmo poter descrivere come è stato ricevuto a suo tempo ognuno degli scritti apocrifi; ma è generalmente impossibile, visto che è già delicato il fissare una data di redazione o un luogo di origine…”. Difficile è dunque seguire da vicino questi testi dal percorso caotico e più disagevole ancora generalizzare a loro riguardo. “Per le sue origini, le sue condizioni di scrittura e di trasmissione, le sue trasformazioni su lunga durata e in regioni diverse, continuano E. Bovon e P. Geoltrain, la letteratura apocrifa è ben lungi dal costituire un insieme omogeneo”. Senza dubbio il continente apocrifo occupa territori di frontiera e oscuri sull’oceano delle scritture cristiane antiche e medioevali. Per convincersene basta osservare le lingue che raccolsero – dal I° al XVII° secolo! – questi scritti sotterranei: greco, latino, siriaco, copto, naturalmente, ma anche irlandese, provenzale, tedesco, slavo, bulgaro, armeno, arabo, etiopico… Allora come orientarsi? Forse considerando la storia molto complessa di questi scritti come il rovescio di un “tessuto” del quale la storia dei libri canonici sarebbe il dritto. Definiti negativamente come “non canonici”, gli apocrifi non sono forse inseparabili da quei “fratelli legittimi”, poiché tutti questi testi formavano una stessa “famiglia” nella quale l’autorità ecclesiale in formazione operò una scelta durante vari secoli?

Per i primi cristiani infatti la questione della scelta fra i testi che facessero fede e i testi dubbi o francamente eretici (i futuri apocrifi) non si poneva in questi termini. Attingendo nei dati rapidamente diversificatisi della tradizione orale sulla vita di Gesù e del suo ambiente, ognuno scriveva allora secondo i suoi bisogni e problemi particolari in seno a una rete di Chiese locali decentralizzate. E se l’idea di disporre questi testi disponibili secondo la loro “affidabilità” si fece strada verso la fine del I° secolo D.C., si dovette attendere la fine del II° e il III° secolo perché essa completasse il suo percorso, parallelamente all’organizzazione crescente dell’istituzione. Due ragioni – una positiva e l’altra negativa – spiegano una tale evoluzione nella fioritura letteraria di quel tempo di aurora. Prima di tutto la necessità di fondare la riflessione cristiana su basi scritturistiche consistenti, che fossero le meno contestabili e più le più ampie possibile. E poi quella di offrire dei punti di riferimento – e anche delle difese – di fronte all’abbondante produzione degli “eretici”, cioè delle correnti minoritarie che davano una visione di Gesù Cristo e dei suoi discepoli non conforme all’ortodossia in costruzione. In base a questo duplice imperativo i Padri della Chiesa – i suoi primi teologi – consacrarono i loro lavori a un piccolo numero di testi, continuamente citati e commentati, cioè messi in evidenza, mentre altri libri, (molto più numerosi) furono trascurati, o criticati, o raggruppati in liste di opere “inutili” o “pericolose” – quale il Decreto del Papa Gelasio (fine del V° secolo). Prefigurando l’Indice, questi cataloghi davano così origine alla categoria “apocrifi” e i manoscritti indicati cessarono progressivamente di essere ricopiati, prima di cadere a poco a poco nell’oblio. Convalidata e precisata dai concili, – da quello di Laodicea nel IV° secolo a quello di Trento nel XVI° secolo – la distinzione fra opere “canoniche” e “apocrifi” si iscriveva nel marmo della Storia. “Libri dei vinti” emarginati da quelli dei vincitori, i “Vangeli nascosti” non avevano pertanto detto la loro ultima parola.

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