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Diventare padre in età avanzata: ecco i rischi per i figli

© DR
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Uno studio effettuato in Svezia dimostra una correlazione tra l’età dei padri e disturbi psichiatrici o comportamentali nei figli

Spesso si pensa che questa maggiore permissività sia “una dote” per l’ultimo figlio: invece è legata all’età del padre?

Toro: Sì, certo. Possiamo distinguere due casi: quello degli ultimogeniti, per i quali gioca un ruolo anche l’esperienza del padre che poi in fondo rivaluta tutta l’esperienza affettiva, e quello di un primogenito, dove l’esperienza è più particolare perché il padre sarà sicuramente più coinvolto, avrà un’affettività che comunque è più vicina a quella della persona anziana. Si dice che anziani e bambini si toccano, ed è vero, perché sono tutti e due fuori dal ciclo produttivo, dal ciclo della performance. Quindi bambini e persone anziane, o comunque persone che hanno passato la metà della vita, trovano moltissimi punti di contatto. Invece a volte il genitore giovane è più concentrato sulla sua prestazione, sulla sua realizzazione personale, su alcune cose molto materiali – comprare la casa, ecc – e quindi è un genitore che pretende molto di più dal figlio dal punto di vista della prestazione. Cioè, vuole un figlio bravo, capace, è molto più attento a questi aspetti rispetto ad una persona più grande che ad un certo punto, dando meno importanza al ciclo produttivo pur standoci ancora dentro – perché a 50 o a 60 anni ancora si lavora – rivaluta dell’altro, quindi anche gli aspetti più sentimentali. I bambini quindi sono molto più accuditi: questi sono padri più accudenti, sono padri più “mammi”, più morbidi, e questo ha un effetto sui bambini, nel senso che li abitua meno alle frustrazioni e ai limiti che poi la realtà impone. Da una parte è un bene che il padre sia più carino e più affettuoso, dall’altra parte produce una serie di scompensi emotivi.

Questo non è quello che incontra anche un bambino che cresce molto con i nonni?

Toro: Certo. Beh, quando il padre ha l’età del nonno di fatto si comporta da nonno, creando una campana di vetro per il figlio che cresce. Dobbiamo chiederci perché i figli nascono e crescono con delle sindromi che riguardano la difficoltà a concentrarsi e a stare attenti. Questo avviene perché la capacità di concentrarsi e di stare attenti, e di non essere impulsivi, in assenza di problemi cerebrali nasce dal rispetto delle regole. Le regole poi sono essenzialmente un’organizzazione del tempo: ora si fa questo, tra un’ora si fa quello, stasera si farà quell’altro ancora. Invece un padre troppo permissivo non ha orari, se il bambino
ha fame a una cert’ora mangia, se non gli va di fare una cosa non la fa. Quindi c’è una minore organizzazione del tempo, e un minore senso della giornata, il che invece sarebbe importante avere perché il bambino poi quando si trova in altri contesti, collettivi, specie se è figlio unico e si trova nella classe con 20 bambini che devono fare alcune cose, va incontro a scompensi emotivi: si sente preso di mira, si sente tartassato, gli sembra di essere in mezzo ad un pericolo e a delle minacce, perché basta che un insegnante gli dica “questo non si fa” e il bambino si sente aggredito, sviluppa fobie scolari. Il bambino cresciuto in maniera troppo morbida può andare incontro a tutta una serie di fobie, perché poi il mondo non è così accogliente. La realtà è frustrazione; Freud parlava di “disagio della civiltà”, per spiegare che il disagio umano è legato al fatto di doversi contenere, trattenere. Invece in questa società in cui nessuno più si contiene e si trattiene, alla fine il prezzo lo pagano i bambini. Questo può avvenire anche negli adulti: capita spesso che gli anziani si comportino come degli adolescenti, senza regole. Pensiamo a La grande bellezza di Sorrentino, che ha appena vinto l’Oscar, che ci racconta un mondo di persone anziane che non si controllano. Nella nostra società c’è anche questa euforia dell’anziano, che ancora meno sta nelle regole; però, per quanto riguarda gli adulti, il fatto di essere così privi di contenimento e di controllo può far male fino ad un certo punto, ma includere i bambini in tutto questo – anche perché oggi i bambini vivono le nostre vite, perché vengono portati a cena fuori, al cinema, nei matrimoni, dappertutto, e tutto questo una volta non si faceva – lo fa ricadere in una vita che sembra un’isola felice, ma in realtà appena mette il naso fuori, si accorge che non è così. Perché a scuola devi stare buono e fermo, perché l’adolescente che esagera si fa male, perché ci sono dinamiche tra i ragazzini anche estremamente violente. Ho visto che nella ricerca si parlava anche di un aumento del rischio di suicidio. Secondo me questo è legato molto alla capacità di tollerare il male. C’è un collasso della personalità di fronte alla frustrazione, alla difficoltà.

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