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Cremisan (Betlemme): si attende il verdetto sul Muro

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Chiara Santomiero - Aleteia Team - pubblicato il 30/01/14

La Suprema corte israeliana è chiamata a decidere sulla costruzione del tratto di Muro che taglierebbe in due la valle con l'espropriazione di 300 ettari di terreni agricoli

E' slittata, probabilmente alla prossima settimana, la decisione della Corte Suprema israeliana in merito alla costruzione di un segmento del muro tra Israele e la Palestina che dovrebbe attraversare la valle di Cremisan, dove sorge il villaggio cristiano di Beit Jala, nell'area di Betlemme. Contro questa edificazione che priverebbe 58 famiglie dei terreni agricoli sui quali lavorano, ha fatto ricorso la municipalità di Beit Jala. Nell'espropriazione sarebbero coinvolti anche due monasteri salesiani, uno delle suore che gestiscono una scuola materna con 400 bambini cristiani e musulmani e quello dei monaci dai cui vigneti trae origine il noto vino di Cremisan. Contro l'edificazione del muro in questa zona si batte da sempre la chiesa cattolica non solo della Terra Santa.

“Se Israele costruisce un muro per la sua sicurezza e non una barriera che ha il solo scopo di dividere i contadini palestinesi dalle loro terre, allora lo costruisse sulla sua terra, non sulla nostra. La Terra Santa non ha bisogno di altri muri”: così padre Ibrahim Shomali, parroco di Beit Jala, alla vigilia del pronunciamento della Suprema corte israeliana che era atteso per il 29 gennaio (Misna 28 gennaio).

“La barriera – ha spiegato a Misna padre Shomali – mira a unire gli insediamenti di Hilo e Har Gilo, ma per noi i danni economici saranno imponenti e a pagarli sarà in gran parte la comunità palestinese”. Il provvedimento prevede la confisca di circa 300 ettari di terreno agricolo coltivato a ortaggi, ulivi e uva da vino e la creazione di un posto di blocco che i palestinesi di Beit Jala potranno superare soltanto con un permesso dei militari. “Più che in un verdetto favorevole – ha aggiunto padre Ibrahim – confidiamo nell’aiuto di Dio e delle associazioni internazionali e per i diritti umani da sempre al nostro fianco” (Misna 28 gennaio).

Per mesi, infatti, la piccola comunità di Beit Jala, sostenuta dai frati salesiani, dalla Custodia di Terra Santa, dai vescovi, si è riunita ogni venerdì nella pineta del monastero per pregare, insieme a delegazioni internazionali. Alla vigilia della sentenza un appello affinché “sia fatta giustizia nella valle di Cremisan, vicino Betlemme” è stato lanciato dall’Holy Land Coordination (Hlc), il Coordinamento che raccoglie vescovi di Usa, Ue, Canada e Sudafrica. “Riconosciamo il diritto dello Stato di Israele alla sicurezza e a confini sicuri – scrivono i vescovi nel loro appello, pervenuto all'Agenzia Sir (28 gennaio) – tuttavia, il tracciato del muro di sicurezza si discosta nettamente dalla Linea Verde, la linea di demarcazione internazionalmente riconosciuta che separa Israele e i territori conquistati nella guerra dei Sei giorni del 1967. Più di tre quarti del percorso pianificato del muro – si legge nel testo – cadono al di fuori della Linea Verde ed è illegale secondo il parere della Corte internazionale di giustizia oltre che una flagrante violazione della Convenzione di Ginevra e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”.

Il segmento di muro che si vuole erigere taglierà in due le terre di Cremisan, lasciando la scuola elementare delle religiose salesiane in territorio palestinese e il monastero e la cantina vinicola ad esso collegato in territorio israeliano. A Cremisan, infatti, dal 1885 esistono un monastero salesiano, oltre a una scuola elementare e un asilo per 400 studenti. La cantina vinicola collegata al monastero, con le sue 220 mila bottiglie l’anno, offre lavoro a venti operai di fede cristiana di Beit Jala. Se venisse meno anche questa possibilità di occupazione, è facile che anche i cristiani di Cremisan si aggiungeranno alla lista di quelli costretti ad emegrare dalla Terra Santa. Per impedire la costruzione del muro, gli abitanti di Beit Jala hanno intrapreso, sin dal 2006, un’azione legale che avrà il suo epilogo nella pronuncia della Corte suprema israeliana (Agenzia Sir 27 gennaio).

“Siamo stanchi e la speranza sta venendo meno” ha dichiara il parroco del villaggio. Secondo il vescovo ausiliare di Gerusalemme, mons. William Shomali è “difficile fare previsioni sulla decisione che verrà presa, soprattutto perché la questione riguarda, secondo quanto affermato Israele, la sicurezza nazionale. Da parte nostra il sostegno di tanti Paesi ci fa sperare che qualcosa di buono possa accadere” (Agenzia Sir 27 gennaio).

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