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Tra le catacombe giapponesi

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L'Osservatore Romano - pubblicato il 10/01/14

Oggi minoranza, i cristiani subirono una feroce repressione nel Giappone feudale, scoperte a Taketa dei santuari nei vicini boschi

di Cristian Martini Grimaldi

Taketa — detta anche la piccola Kyoto — si trova nella prefettura di Oita al centro del Kyushu, circondata da una serie di montagne, alle sorgenti del fiume Ono. Una zona di bellezza naturale che comprende acque termali conosciute in tutto il Giappone. Lo erano anche ai tempi dei primi missionari, e c’è infatti chi ipotizza — ma è solo una diceria — che essi siano arrivati qui proprio per godere dei salutari bagni. Ciò che è certo è che un samurai battezzato da Francesco Saverio a Oita si ritirò a Taketa e molti contadini del luogo, affascinati dal suo esempio, presero a seguire la sua fede. 
Inizialmente si convertirono al cristianesimo oltre duecento persone, e ben presto Taketa divenne uno dei centri con la più alta presenza di cristiani di tutto il Giappone: su una popolazione di quarantamila persone ben trentamila scelsero il nuovo culto.
I missionari partendo da Nagasaki, ovvero il primordiale centro della cristianità giapponese, dovevano passare da qui per giungere a Kyoto, allora capitale dello Stato.
Tutto cambiò con l’inizio delle persecuzioni. Molte persone furono costrette a scegliere il buddismo per non soccombere, altre — si pensa a circa la metà — divennero cristiani nascosti. Le foreste che circondano la città si trasformarono ben presto in nascondigli dove i fedeli potevano praticare clandestinamente la loro fede. Vennero scavate nelle montagne delle piccole cave dove potersi riunire e pregare. 

Oggi queste cappelle artificiali scavate nella roccia si possono visitare. Fino a poco tempo fa se ne conosceva solo una. Poi, tre anni or sono, l’assessore ai beni culturali di Taketa, ispirato dalla lettura di un romanzo — il Codice di Saverio, l’autore è un giapponese di Osaka i cui antenati risiedevano proprio a Taketa — che mescola storia e finzione, ebbe un’intuizione: e se ce ne fossero altre di queste grotte? Si mise con torcia e casco a cercare tra i boschi e ne trovò altre sette.
Al mio arrivo a Taketa vengo accolto dal sindaco Katsuji Syuto e invitato a casa di un’anziana signora. Non è un’abitazione qualunque. È in questo edificio infatti che venivano radunati coloro che erano sospettati di praticare la fede di nascosto e qui costretti a calpestare delle immagini sacre (i fumie) raffiguranti il volto di Cristo o la Madonna. Lo sappiamo con certezza perché è proprio qui che venne scoperta una delle tante cappelle clandestine disseminate per il territorio di Taketa a quel tempo. Il pavimento sul quale venivano calpestati i simboli sacri crollò sotto l’enorme peso delle persone qui raccolte e venne alla luce un altro locale — probabilmente la cantina privata — che veniva utilizzata per le funzioni cerimoniali dei cristiani. In quell’occasione il capo della città venne immediatamente condannato a morte.

La padrona di casa ci fa strada verso il seminterrato. Mi accorgo che proprio sopra l’entrata c’è l’immagine di una divinità shinto. È il segno che la legge, a distanza di anni, ha infine avuto la meglio: quella che era verosimilmente una casa appartenente a una famiglia cristiana è oggi un’abitazione contraddistinta dai segni di quella che fu allora la religione dominante.
Ma quello degli scantinati era solo uno dei tanti nascondigli che i cristiani erano costretti a inventarsi per non venire scoperti. A Taketa infatti i cristiani perseguitati si riunivano per lo più nelle foreste, in gruppi di venti o trenta per non insospettire le autorità. Celebravano la messa a mezzanotte, spesso coadiuvati da alcuni intrepidi missionari che vivevano nascosti in qualche antro naturale nelle montagne. Fa un certo effetto immaginare cosa avremmo visto se ci fossimo trovati a uno di quegli incontri: candele e torce che nell’oscurità, muovendosi all’unisono attraverso la boscaglia, dovevano assumere le sembianze di tante misteriose lucciole nella notte. In migliaia rischiavano la vita e tutto per accostarsi a una “luce” ancor più splendente e misteriosa. 
Quelle di Taketa sono vere e proprie catacombe a cielo aperto. A oggi ne sono rinvenute otto, si pensa ce ne siano almeno cento.

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Tags:
giapponelibertà religiosa
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