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Le opere di carità non rischiano di favorire chi vive di espedienti?

@Luca Cerabona

Novena.it - pubblicato il 26/12/13

Il cristiano è chiamato a donare a chiunque chiede senza domandare niente in cambio

La Chiesa si dà molto da fare per aiutare i poveri, i «senza fissa dimora» come si dice oggi. Un’azione altamente meritoria, soprattutto in quest’epoca di crisi economica. Quando passo davanti a certe strutture (mense, case di accoglienza) però non posso fare a meno di pensare una cosa. Il fatto stesso di poter contare su questo tipo di assistenza, forse, induce alcuni di loro ad adagiarsi nella loro condizione. Ho l’impressione che insieme a tante persone che si trovano in condizione di bisogno contro la loro volontà e magari (mi auguro per loro) in modo temporaneo, ci sia anche qualcuno che vive di espedienti, sapendo di poter sempre contare su queste forme di carità. Che ne pensa?

Vincenzo Boschi

Risponde don Leonardo Salutati, docente di Teologia morale della vita sociale

Nell’ambito della riflessione sul sociale il pensiero della Chiesa ha ben presente il rilievo avanzato dal lettore circa il rischio, relativamente ad attività di assistenza ai bisognosi, del generarsi di forme di assistenzialismo che favoriscano comportamenti fondati su espedienti per vivere. A suo tempo ha trattato la questione Giovanni Paolo II nella Centesimus annus e vi sono tornati sopra due documenti della Conferenza Episcopale Italiana nel 1994 e nel 1995, affrontando il tema ben più vasto del ruolo dello Stato nell’economia e nella società. In quell’occasione si è approfondito il problema dello Stato sociale che nell’intento di applicare i principi di solidarietà e di sussidiarietà, corre il rischio di degenerare in un assistenzialismo che favorisce la deresponsabilizzazione e provoca perdite di energie umane.

In tale contesto tuttavia, pur focalizzando e criticando gli abusi di comportamenti e mentalità assistenzialistiche, si metteva anche in guardia dalla mentalità liberale la quale, obbedendo ad una logica individualistica, risolve il problema dell’assistenzialismo operando tagli alle spese sociali in maniera indiscriminata, abbandonando di fatto a se stesse le fasce sociali meno abbienti con il conseguente venire meno della fondamentale funzione di promozione del bene comune e di tutela dei diritti inalienabili della persona. Per questo si invitava a ripensare lo Stato sociale alla luce dei valori inerenti la persona al fine di non legittimare una prassi che tradisse il valore insopprimibile della persona (Centesimus Annus 47; CEI, Stato sociale ed educazione alla socialità, 1994, 20).

Questo per dire che la Chiesa è ben consapevole della complessità di ogni iniziativa caritativa. Tuttavia nel riflettere adeguatamente su come strutturare la vita sociale sui principi di solidarietà e di sussidiarietà, la Chiesa è altrettanto consapevole che l’esercizio della carità è inserito in un orizzonte ulteriore. Sempre Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus ricordava che: «Nessun uomo deve considerarsi estraneo o indifferente alla sorte di un altro membro della famiglia umana. Nessun uomo può affermare di non essere responsabile della sorte del proprio fratello» (Centesimus Annus 51).

E se è pur vero che i Padri della Chiesa mettono in guardia l’indigente dal ricevere senza bisogno, sollecitando addirittura chi fa elemosina di far bagnare di sudore nella mano la propria offerta, pur di ponderare bene a chi darla (Didachè 1,5-6), è immutata nel tempo nella comunità cristiana, la convinzione che il cristiano è chiamato a donare a chiunque chiede senza domandare niente in cambio, poiché tale è la volontà di Dio Padre; di non scacciare il bisognoso e di condividere i propri beni con il fratello.

È un comportamento talmente qualificante che S. Tommaso d’Aquino citando S. Ambrogio non esita ad affermare che: «Il pane che tu hai messo da parte è degli affamati; le vesti che hai riposto sono degli ignudi; il danaro che nascondi sotto terra è il riscatto dei miserabili» (STh II-II, q. 6, art. 6). Tale convinzione si radica nella meditazione dell’insegnamento del Signore Gesù che invita ad amare i nemici ed a pregare per i persecutori per essere realmente figli del Padre Celeste che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti (Mt 5,44-45); che ama essere generoso fino alla provocazione come nel caso della parabola degli operai chiamati nella vigna ad ore diverse che riscuotono però la stessa paga (Mt 20,1-16); che risulta a volte incomprensibile e apparentemente ingiusto come nella parabola del figlio prodigo (Lc 15,11-32).

In fin dei conti la carità esercitata nei confronti anche di chi vive di espedienti, è sempre una testimonianza della sovrabbondante misericordia di Dio Padre verso il peccatore, unica chiave per accedere al cuore dell’uomo. È proprio quanto il Signore Gesù è venuto a rivelarci, invitandoci ad imitarlo per essere perfetti come è perfetto il Padre nostro celeste (Mt 5,48).

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carità cristianaelemosinasan tommaso d'aquinosant'ambrogio
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