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Permessi premio ai detenuti: ora bisogna evitare di fare marcia indietro

David W

Emanuele D'Onofrio - Aleteia Team - pubblicato il 20/12/13

Cosa l’ha colpita di più della vicenda di Genova?

Calderone: Mi colpisce come ci sia sempre una certa esasperazione su questo tipo di vicende, cioè su cose che non vanno a lieto fine. Mi ricorda un po’ quello che è successo dopo l’indulto del 2006, quando le cronache dei giornali erano piene di notizie di persone che una volta uscite grazie a quella misura erano tornate dentro: c’è una sovraesposizione di un certo tipo di notizie rispetto alla realtà dei fatti su queste cose. C’è sempre un tentativo di suscitare un sentimento d’indignazione e una risposta di pancia. Mi aveva colpito una statistica fatta un po’ di tempo fa in cui si vedeva negli ultimi vent’anni quanto era stata importante la diminuzione dei reati più gravi, come gli omicidi volontari, e quanto invece di converso fosse aumentata nello stesso periodo lo spazio dei giornali dedicato alla cronaca nera, circa del 25%. È vero che da un certo punto di vista negli ultimi due anni si sta cercando di dare una dimensione un po’ diversa a questo fenomeno, e quindi il carcere non è più un tabù, se ne parla, anche se a volte correttamente e a volte un po’ a sproposito, ma c’è un’attenzione maggiore a questi temi; da un altro punto di vista, però si continua a trattare l’argomento come una cosa su cui fare scandalo e scalpore piuttosto che come qualcosa su cui cercare di ragionare.

Nella sua battaglia dei diritti dei detenuti, come giudica la gestione dell’istituto della licenza premio in Italia?

Calderone: Diciamo che è ricompresa in un sistema di misure che sono previste nel nostro ordinamento. La licenza funziona in questo modo: la persona detenuta viene seguita da un’equipe che prepara una relazione, nel momento in cui ha un’esigenza più o meno particolare e ha scontato quel tot di pena che gli concede di accedere alla richiesta per questa misura, il direttore del carcere può proporre al magistrato di sorveglianza il permesso premio. Quindi è sempre un giudice che deve decidere, leggendo le relazioni, cercando di capire dai documenti che riceve la tipologia del detenuto, la sua affidabilità. Una delle critiche principali che si fanno, e che mi sento di condividere – anche se non possiamo generalizzare visto che non in tutt’Italia è così e anche che la magistratura di sorveglianza è gravata da una mole di lavoro impressionante – è che ci troviamo spesso di fronte ad una magistratura di sorveglianza sì poco attenta, ma anche poco coraggiosa. Un altro degli effetti del modo in cui il carcere viene trattato, e in cui l’opinione pubblica è stata abituata a pensare, è che il magistrato di sorveglianza a volte è retrocesso nel suo ruolo, utilizzando una modalità prudente che probabilmente non gli dovrebbe competere. Nel caso di Genova, certo non è stato così, ma il punto è proprio che stiamo parlando di un caso. Le statistiche rispetto alle evasioni da permessi premio o di lavoro sono veramente molto basse nel corso di un anno. Gli errori esistono e devono essere contemplati come cose gravi: ad esempio mi è sembrato davvero particolare che il direttore sostenesse di non avere a disposizione la storia completa di questa persona, quando chiunque ti fermi per un controllo di polizia per strada può sapere tutto di te, anche le multe che hai preso. Ma questo episodio non deve minimamente mettere in discussione il sistema di concessione dei permessi premio e di misure alternative; anzi, il ragionamento da fare è opposto perché noi il problema che riscontriamo spesso è una scarsa attenzione della magistratura di sorveglianza a causa di una mole di lavoro enorme. Per questo motivo, anche le persone che dovevano uscire con la cosiddetta legge “svuota carceri”, hanno presentato domanda e hanno avuto risposte dopo così tanti mesi che la loro stessa domanda era ormai diventata inutile.

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carcere
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