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I mille volti del presepe, tra fede, storia e simbologia

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Il presepe napoletano

Emanuele D'Onofrio - Aleteia Team - pubblicato il 18/12/13

Gli animali che troviamo nel presepe, a cominciare dal bue e dall’asinello, che funzione simbolica hanno?

Widmann: Gli animali, se posso dire con apparente semplicismo, sono la nostra animalità, parlano del nostro aspetto più elementare, biologico, istintuale. Non potremmo esistere, anche nella nostra speculazione, se non fossimo tutto questo. Credo che sia molto interessante che nel presepe sia rimessa in scena una riformulazione dell’identità che chiama in causa una coralità di animali, cioè la profondità dell’essere: si cambia non solo perché ci si trasferisca da una via all’altra, ma perché il cambiamento morde nella carne, perché man mano che accumuliamo esperienze e facciamo carriera il nostro corpo invecchia. L’animalità parla di questo, anche dell’aspetto fisico. Gli animali hanno ciascuno una loro specificità di messaggio. Il tema dell’asino, per esempio, è importante: anche nel contesto biblico l’asino ha gli orecchi lunghi, e quindi ha una particolare propensione all’ascolto, e poi ha una sua radicalità, una sua ostinazione nell’andar dritto per la propria strada: nella Bibbia c’è l’asina di Bahalm che disarciona il profeta perché ha capito, prima del profeta, in che direzione si va. Tante volte, allo stesso modo, il nostro corpo capisce ciò che ci fa bene o male prima che lo comprendiamo noi stessi. Ci sono luoghi, persone, o situazioni dove il nostro corpo si trova bene o male, e questo saperlo ascoltare sarebbe importante. Altri animali essenziali, nel secondo scenario, sono le pecore, che per una larghissima simbologia parlano proprio dell’uomo-massa. Ogni trasformazione o riformazione dell’identità ci pone a confronto con questa dimensione: quanto noi siamo spinti da un’esigenza di essere originali, e da un’altra esigenza di essere massa, di pensare come tutti. Non c’è qui una valutazione di merito, meglio essere originali che massificati, perché la capacità nostra di essere collettivi è una grande conquista dell’uomo, una grande esigenza; la capacità di avere un’identità collettiva, un senso di responsabilità collettivo, di non essere solo per noi stessi, è un grande valore simboleggiato dalle pecore. Ma queste, allo stesso tempo, rappresentano anche il limite dell’esser collettivi, perché se ci limitiamo a fare e dire come tutti fanno, è davvero la tomba della nostra soggettività.

Allora tutte le arti e i mestieri che incontriamo nel presepe sono momenti della fenomenologia della nostra coscienza?

Widmann: Sicuramente. Lei pensi solo a quella figura del fornaio o del pizzaiolo. Le unisce tutta una simbologia del pane che non possiamo trascurare e che è squisitamente cristica: beth elem era la casa del pane, il luogo dove nasce è legato alla simbologia del pane. Nella nostra cultura il pane è elemento basilare, essenza di cui si nutre l’uomo. Oppure pensiamo ad una figura immancabile nei presepi provenzali, quella del postino: un falso storico se pensiamo che ai tempi dei romani non esistevano postini con la borsa a tracolla e la bicicletta, ma se stiamo al senso simbolico, chi meglio di un postino interpreta meglio l’idea di un messaggio nuovo, della “buona novella”, di novità o trasformazione? O pensiamo ad un’altra figura che per noi dell’Alto Adige era immancabile, lo spazzacamino, tutto nero, piazzato sempre dietro la capanna. Questa era una delle sopravvivenze domestiche dell’uomo nero, di queste figure che operano nell’ombra e che dall’ombra tramano per una nostra evoluzione. Ci sono scelte che noi non avremmo il coraggio di fare se qualcosa nell’ombra non si adoperasse per costringerci a farle.

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natalepresepere magi
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