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Persone LGBT: un decalogo per i giornalisti contro la discriminazione

Salle de presse – it

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Chiara Santomiero - Aleteia Team - pubblicato il 17/12/13

Fa discutere il documento del Dipartimento delle Pari opportunità finalizzato a una informazione rispettosa riguardante omosessuali e transessuali

Il Dipartimento delle Pari opportunità ha pubblicato le "Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT", un documento che fa sintesi di quanto emerso in un ciclo di seminari di formazione per giornalisti organizzati dall’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) in collaborazione con l’agenzia Redattore Sociale, con il patrocinio dell’Ordine nazionale dei giornalisti e della Federazione nazionale stampa italiana, delle amministrazioni comunali, degli Ordini regionali e dei sindacati dei giornalisti delle città ospitanti (Roma, Napoli e Palermo). Il documento non ha mancato di suscitare reazioni.

Le Linee guida richiamano i giornalisti alla correttezza e alla professionalità dell’informazione sul vissuto delle persone omosessuali e transessuali per non incorrere in stereotipi. Alcuni esempi: “sesso e genere non sono sinonimi. Se la biologia decide il nostro sesso, la nostra psiche, la società e la cultura in cui viviamo determinano il genere: l’essere uomo o donna. Allo stesso modo “orientamento sessuale” è meglio di “preferenza sessuale”, espressione da evitare perché sottintende l’idea che essere gay sia una scelta, che si può rivedere o cambiare, magari con l’aiuto di terapie cosiddette “riparative”. Si vorrebbe inoltre che si diffondesse nel linguaggio l’acronimo LGBT per identificare le persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali che “è apprezzato dalla comunità perché racchiude decenni di lotte e guida anche oggi le battaglie contro discriminazioni e violenze basate su omofobia e transfobia” (Repubblica.it 13 dicembre).

Per Avvenire (17 dicembre) questo documento “ipertutela lesbiche e gay rispetto agli eterosessuali e a qualsiasi altra categoria di esseri umani”. E se il rispetto è doveroso per ciascun essere umano per cui “sposiamo in toto il documento laddove chiede che gay e lesbiche non vengano insultati o discriminati in quanto tali, nemmeno è accettabile il contrario. Soprattutto non è accettabile il ritorno a dettami che impongano un punto di vista, tanto più se univoco, contrario alla fede, o al libero pensiero, o persino alla Costituzione”. Ad esempio in tema di famiglia e matrimoni: “Se in Italia ancora non si è capito che la famiglia ‘tradizionale’ non esiste – sottolinea il quotidiano dei vescovi riportando alcuni passi del decalogo – e si insiste a pensare che quello tra due uomini e due donne non sia un matrimonio, la colpa è di tre concetti: ‘Tradizione, natura, procreazione’. Pazienza se è la Costituzione a parlare di ‘famiglia come società naturale fondata sul matrimonio’: le ‘famiglie gay’ dovranno essere semplicemente chiamate ‘famiglia’, esattamente come ‘quelle in cui i genitori appartengono a due generi diversi’, così come parleremo semplicemente di ‘matrimonio’, non più di matrimonio gay, come a dire che i due concetti coincidono”.

Esiste il timore che il rispetto del decalogo potrebbe comportare una grave limitazione della libertà d’opinione e di stampa. “Difficilissimo poi per il giornalista cattolico – o, che so, per il collaboratore di questa testata – evitare di violare l’ottavo comandamento, il quale in tema di adozioni vieta di sostenere che il bambino «ha bisogno di una figura maschile e di una femminile come condizione fondamentale per la completezza dell’equilibrio psicologico». Il giornalista che sostenesse questa tesi si renderebbe responsabile della propagazione di un «luogo comune», smentito dalla «letteratura scientifica». Vietatissimo, poi, parlare di «utero in affitto», espressione «dispregiativa» da sostituire subito con «gestazione di sostegno» (La nuova Bussola quotidiana 15 dicembre).

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