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Siria: rapite 5 suore del convento greco-ortodosso di Maalula

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Preoccupazione per la sorte delle religiose mentre la Commissione Onu sulla violazione dei diritti umani in Siria accusa il presidente Bashar al-Assad di crimini di guerra e contro l'umanità

Si ignora ancora quale sia la sorte delle religiose del convento greco-ortodosso di Santa Tecla a Maalula, la cittadina sulla linea del fronte tra le opposte fazioni del conflitto siriano. Dopo il primo annuncio nel pomeriggio del 2 dicembre da parte dell'agenzia governativa agenzia governativa Sana per la quale alcuni “terroristi” avevano compiuto un'irruzione nel convento prendendo “in ostaggio la madre superiora, Pelagia Sayyaf, e altre suore”, dopo alcune ore è arrivata la conferma del patriarcato greco-ortodosso di Damasco.

Le 12 religiose del monastero Santa Tecla di Maalula sono state prelevate con la forza”: questo il messaggio diffuso dalla sede del patriarcato greco-ortodosso di Damasco. Incerta la motivazione: un rapimento a scopo di estorsione, forse un trasferimento per evitare alle donne di essere travolte dalla nuova linea del fronte, oppure un gesto di persecuzione dettata da odio etnico-religioso contro la minoranza cristiana. Ma sono solo di ipotesi (Avvenire 3 dicembre). Il sito del quotidiano della Cei ha successivamente precisato che “sono 5, e non 12 come si era detto in un primo momento, le suore rapite in Siria. Si tratta della superiora e di altre quattro religiose, che sono state condotte a Yabroud, cittadina non molto distante da Maalula dove si trova il convento. È l'unico dato certo del sequestro, molto probabilmente ad opera del Fronte al-Nusra, affiliazione di al-Qaeda in Siria.

L'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) ha confermato invece che il fronte qaedista di Al-Nusra ha ripreso il controllo della cittadina. I jihadisti si erano impadroniti una prima volta del villaggio in settembre e ne avevano danneggiato le chiese. Successivamente erano stati respinti dalle forze lealiste e da milizie cristiane armate, ma erano rimasti sulle alture circostanti e i loro cecchini avevano continuato a colpire il centro (Corriere della sera.it 2 dicembre).

Preoccupazione sulla sorte delle religiose è stata espressa dalle autorità francesi: ''Siamo molto preoccupati per le informazioni che parlano di un rapimento. Chiediamo, se ciò fosse confermato, che possano immediatamente tornare in libertà'', ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri, Romain Nadal (Ansa 3 dicembre).

Dall'inizio del conflitto siriano che in 33 mesi ha già provocato circa 126 mila morti, per la maggior parte civili, è la prima volta che vengono sequestrate delle religiose. In febbraio sono stati rapiti due sacerdoti siriani, uno armeno-cattolico e uno greco-ortodosso; in aprile Paul Yazigi, metropolita greco-ortodosso di Aleppo e Jean Ibrahim, vescovo siro-ortodosso sempre di Aleppo. Il 28 luglio il gesuita italiano padre Paolo Dall’Oglio. Tutti scomparsi nel nulla (Avvenire 3 dicembre).

“In questo momento occorre pregare – ha detto il nunzio apostolico a Damasco, mons. Mario Zenari a Radio Vaticana (3 dicembre), perché abbiano un po’ di umanità e le trattino bene, sperando che non sia un sequestro”.

E' di queste ore la notizia che in Siria sono state trovate prove di crimini di guerra e contro l'umanità riconducibili al presidente Bashar al-Assad e al suo entourage: lo ha riferito l'Alto commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay. Le prove sono state raccolte dalla Commissione d'inchiesta sulle violazioni dei diritti umani in Siria insediata dopo l'inizio del conflitto nel marzo del 2011 e composta da quattro giudici, tra i quali l'ex procuratore capo per i crimini di guerra, Carla Del Ponte, e guidata dal brasiliano Paulo Sergio Pinheiro. La commissione ha accusato il regime siriano, ma ha non ha risparmiato gli jihadisti che stanno cercando di scalzare Assad: "L'entità delle mostruosità degli abusi commessi da elementi di entrambe le parti – ha aggiunto Pillay – quasi non è credibile". La commissione non ha accesso alla Siria ma ha fatto oltre duemila interviste nei Paesi circostanti, per telefono o via Skype e ha messo insieme un lungo elenco di presunti responsabili. Navi Pillay ha spiegato che la lista resterà riservata fino a quando non le sarà chiesto di metterla a disposizione di un'inchiesta "credibile", a livello nazionale o internazionale (La Repubblica.it 2 dicembre).

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