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Card. Bagnasco: “Il giornalista non è un demiurgo, ma un mediatore”

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All’Assemblea nazionale della Fisc, denuncia: professione giornalistica in affanno, “uso strumentale e destabilizzante di notizie non verificate”

UNA PROFESSIONE DA RIPENSARE

 “Cogliere l’opportunità di cambiamento, orientandolo verso una crescita di senso, per un settore la cui crisi non è certo in primis economica”. Questa la sfida per i giornali secondo il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei: ne ha parlato questa sera intervenendo alla XVII assemblea elettiva della Fisc, la Federazione cui fanno capo 187 settimanali cattolici (Roma, 28-30 novembre). “Che la professione del giornalista, prima ancora che la vendita dei giornali cartacei, abbia bisogno di essere ripensata – ha spiegato il cardinale – è un dato innegabile. Se infatti perde l’aggancio alla verità, e se smarrisce la responsabilità nei confronti dei suoi lettori, allora anche il giornalista più dotato può produrre danni culturali gravissimi, contribuendo ad aumentare la cacofonia, la frammentazione, il disorientamento e la confusione, nonché la violenza che così spesso si sprigiona nelle situazioni di incertezza e fragilità”. Per il presidente Cei, “un certo affanno della professione giornalistica è evidente in molte sue derive, che ormai purtroppo sono più routines che eccezioni”: “Uso strumentale e destabilizzante di notizie non verificate”; “uso voyeuristico e acritico del ‘diritto di cronaca’”; violazione della privacy; “generalizzazioni indebite”.

Soffermandosi sull’uso del linguaggio, il cardinale Angelo Bagnasco ha denunciato l’uso degli slogan, “espressioni costruite a tavolino per ottenere il massimo dell’effetto comunicativo con il minimo della riflessione: non a caso, la loro matrice è la pubblicità, che mira alla seduzione e non certo a un risveglio di consapevolezza. Quello degli slogan è il linguaggio dei falsi profeti, che Papa Francesco non cessa di invitarci a smascherare”. Per l’arcivescovo, “i giornalisti dovrebbero essere più consapevoli del fatto che le parole non sono mai termini neutri, ma sono finestre sul mondo che ci fanno vedere tanto di più quanto meno sono ristrette e ipersemplificate. Senza contare, poi, che è molto più facile incollare un’etichetta che staccarla, e quella che ci va di mezzo è la vita delle persone”. “Operazione ancora più scorretta è prendere a prestito le parole dell’etica e usarle in modo strumentale per coprire ben altre intenzioni, prima tra tutte il mantenere, a beneficio personale e non certo della collettività, una posizione di potere o di privilegio”. Secondo il presidente Cei “una delle parole ultimamente più abusate è ‘responsabilità’: senza tener conto che usare a sproposito, o per mascherare il loro contrario, parole che dovrebbero invece vincolarci l’un l’altro produce un progressivo svuotamento della capacità del linguaggio di significare e ospitare una comunicazione autentica. Le parole rischiano di restare gusci vuoti, da riempire con ciò che serve al momento”.   (ANSA, AGI, ASCA,VATICANINSIDER, SIR)

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cardinale angelo bagnascogiornalismoinformazione
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