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Fahrad Bitani, da aguzzino a strumento di Dio

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“Come quasi tutti gli afghani ero un fondamentalista islamico nell’anima. Disprezzavo gli infedeli. Ora la mia vita appartiene tutta a Dio”

Farhad Bitani è stato bambino nell’Afghanistan dei talebani e ne ha inevitabilmente assorbito le regole, arrivando a partecipare ad appena 12 anni alla lapidazione di due donne. Dopo l’esecuzione di una madre per adulterio davanti agli occhi atterriti delle due figliolette e allo sguardo carico d’odio del marito, in lui è cambiato qualcosa. È stato l’inizio di un percorso che lo ha portato oggi, all’età di 27 anni, a vivere in Italia, dove è arrivato come profugo due anni fa e ha ottenuto l’asilo politico.

“Nella Kabul senza alcol né tivù né sport né musica dei talebani, la gente si stordiva con lo spettacolo della violenza, si inebriava del sangue e della sofferenza altrui”, e allora il venerdì Fahrad andava con migliaia di altri ragazzi e uomini allo stadio per assistere alle esecuzioni di quanti si erano macchiati di quelli che per i talebani erano crimini. “In quegli anni nello stadio di Kabul le uniche cose rotonde che rotolavano sul terreno di gioco erano le teste dei condannati, e le grida della folla invasata non incoraggiavano calciatori né insultavano arbitri, ma piuttosto intimavano ai boia di non avere pietà” (Tempi, 18 novembre).

Attualmente “certe leggi crudeli del tempo dei talebani non ci sono più, non si vedono più la mattina mani amputate appese agli alberi lungo le strade, come mi capitava di vedere a Kabul da ragazzo dopo le notti nelle quali erano state eseguite le pene corporali contro i ladri. Ma ancora ci sono leggi che puniscono con le frustate il consumo di alcol o il sesso con le prostitute”.

Farhad è figlio di un generale dei mujaheddin, uno degli uomini più fidati del presidente Karzai. “Come quasi tutti gli afghani, sia mujaheddin che talebani, io ero un fondamentalista islamico nell’anima. Disprezzavo gli infedeli, pensavo che tutti quelli che non erano musulmani sarebbero andati all’inferno, e che sarebbe stato giusto che l’islam trionfasse con le armi in tutto il mondo. Ma in Italia ho conosciuto tante persone migliori di me: non erano afghani e non erano musulmani. Così ho cominciato a cambiare il mio modo di pensare”.

Scampato a un’imboscata che i talebani avevano preparato contro di lui, dice oggi: “Ora la mia vita appartiene tutta a Dio. Lui mi ha risparmiato dalla morte quel giorno perché io capissi che aveva una missione da affidarmi. Io devo testimoniare la verità davanti a tutto il mondo, devo confessare le ingiustizie che si compiono in Afghanistan. Il mondo deve sapere”.

Già capitano dell’esercito afghano dopo aver studiato all’Accademia militare di Modena, Fahrad sta ora scrivendo un libro sulla sua vita “per smascherare chi detiene il potere” nel suo Paese.

“Il mondo non sa che cosa succeda veramente in Afghanistan oggi. Non lo sa e deve saperlo. È ora di dire basta ai mujaheddin, che usano il nome dell’islam per arricchirsi e tenere sottomesso il popolo”, ha dichiarato (Aleteia, 22 agosto).

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