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Mutamenti di un continente, nel bene e nel male

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Vita.it - pubblicato il 11/11/13

 Ma cosa si cela, in effetti, dietro queste manovre? L’obiettivo è, certamente, quello di creare un blocco alternativo di potere agli Usa e all’Europa; non necessariamente secondo le dinamiche della “guerra fredda” di cui sopra, ma alternativo. Ecco che allora, se con questo nuovo assetto la Cina deve comunque fare i conti, in termini generali, con i propri alleati Brics, dall’altra, il Sudafrica dovrà comunque sottostare alle pressioni del tandem “Pechino-Mosca” che guardano con ingordigia alle ricchezze del sottosuolo africano, fonti energetiche in primis. La logica di queste dinamiche è sempre quella di sempre, “del bastone e la carota”. Mosca ha cancellato, ad esempio, 20 miliardi di dollari di debito dei Paesi africani alla Russia in cambio di concessioni minerarie, mentre la Cina non ha pudore nell’intrattenere proficue relazioni anche con i peggiori dittatori come il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe. Nel frattempo, Mosca e Pechino stanno potenziando le forze convenzionali e nucleari spinte da crescenti timori che gli angloamericani intendano muoversi verso lo scontro. Gli sforzi dei due Paesi si intrecciano, come indica l’incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il vicepresidente della Commissione militare cinese, Xu Qiliang, il 31 ottobre scorso a Mosca. Putin, secondo l’agenzia Xinhua, ha enfatizzato il ruolo cardine della cooperazione militare nella partnership strategica, esprimendo la speranza che i due governi possano migliorare il coordinamento nel futuro. Dal canto suo, Xu ha confermato che la Cina desidera approfondire gli scambi militari e la cooperazione con la Russia.

 Quali effetti avrà questo nuovo corso in Africa? Cina e Russia intendono certamente fermare l’ingerenza americana che ha portato la Nato in Bulgaria e gli Stati Uniti ad allestire Africom, il comando militare degli Stati Uniti in Africa, formalmente attivo dall’ottobre 2008, responsabile per le relazioni e le operazioni militari statunitensi che si svolgono in tutto il continente africano in funzione antiterroristica, ma non solo. Ecco che allora il “policy concept” dei Brics si sta sempre più delineando in forma sì alternativa, ma anche egemonica su scala planetaria, con un occhio di riguardo nei confronti dell’Africa per le sue risorse energetiche, industriali e in generale, geostrategiche. Naturalmente, i Brics mirano anche alla creazione di un paniere di valute globali, alternative al dollaro ed all’euro, con l’intento dichiarato di scalzare la supremazia monetaria occidentale su scala planetaria e dunque anche in Africa. A questo punto, viene spontaneo domandarsi quali possibilità di manovra avranno nei prossimi anni i singoli Paesi africani. Il rischio è quello di un acuirsi della conflittualità, anche perché, in tutto questo ragionamento vi è il terzo incomodo, quello del salafismo di matrice saudita che minaccia la fascia Subsahariana. Una cosa è certa: se nel Novecento la linea di demarcazione tra Oriente e Occidente attraversava il Medio Oriente, oggi la faglia sta spostandosi gradualmente sul territorio africano ed interessa non solo la Somalia, ma anche territorio molto più ad Ovest come la regione maliana dell’Azawad.

 Nessuno dispone di una sfera di cristallo per leggere il futuro. Non sappiamo, ad esempio, se i Brics riusciranno, davvero, a collaborare tra loro. In effetti, vi è un’evidente concorrenza economica tra Cina, India e Brasile. Nel 2007 il premier indiano, Mohammed Singh ha siglato accordi con Angola, Uganda, Ghana e Sudan. Per New Delhi, il cuore delle relazioni economiche resta il mercato delle materie prime, soprattutto carbone, uranio e petrolio. Il Brasile, invece, sta promuovendo progetti infrastrutturali in Kenya, Angola e Mozambico. Si parla, addirittura, di un progetto di cavi sottomarini in fibra ottica per collegare il Sudamerica con l’Africa Occidentale.

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Tags:
africacolonialismomondo missionario

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