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Provvedimenti in cerca di attuazione: quando le buone leggi vengono vanificate

© Thierry CHARLIER / AFP
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In Italia le leggi si fanno ma non si applicano o si applicano con ritardo

Ben due terzi dei provvedimenti del Governo Monti – incaricato di riequilibrare i conti dello Stato attraverso un massiccio intervento di spending review (espressione diventata molto comune nei discorsi degli italiani) – è in attesa di decreti attuativi o di regolamenti. Ma non si tratta di un fenomeno nuovo: le leggi in Italia, come mette in evidenza una serie di articoli del giornalista Giovanni Grasso pubblicati su Avvenire, si approvano ma poi non si applicano, si applicano con ritardo o con modifiche sostanziali.

Sull'argomento Grasso ha chiesto lumi a Piero Giarda, professore di Economia e Scienza delle finanze alla Cattolica di Milano e ministro dei Rapporti con il Parlamento nel Governo Monti. Nei primi otto mesi dall'insediamento questo esecutivo ha dovuto occuparsi di dare attuazione ai provvedimenti legislativi approvati dal Parlamento nel 2010 e 2011, vigente il governo Berlusconi. "Si fanno, tutti fanno – ha rilevato Giarda -, molte leggi che devono essere attuate: i provvedimenti attuativi si sgranano nel tempo soprattutto perché le amministrazioni sono occupate a dare attuazione ai provvedimenti dei governi precedenti. In quegli stessi primi otto mesi, il governo Monti ha adottato provvedimenti attuativi di leggi approvate nel 2007-2008 dal secondo governo Prodi. Abbiamo persino trovato sulla Gazzetta Ufficiale nel 1° semestre 2012 un provvedimento attuativo di una legge approvata nel 2000, dal governo D’Alema!" (Avvenire 24 ottobre).

Il rinvio ad atti successivi per l'attuazione di una legge non è di per sè negativo – serve ad affidare ad una fase successiva all'esame del Parlamento una normativa di dettaglio che individui, per esempio, le categorie di cittadini che possono usufruire di alcuni benefici –, ma lo diventa quando l' amministrazione che "tendenzialmente considera male la novità delle leggi" o i ministri che nella preparazione dei disegni di legge scavalcano le strutture ministeriali, lasciano che le novità legislative si spengano nelle lungaggini burocratiche.

"Nella storia di ombre e luci dell’alta burocrazia, dei "grand commis" di Stato, delle alte magistrature – scrive Grasso, a sua volta portavoce del ministro per l'integrazione Riccardi nell'esecutivo dei tecnici -, la breve stagione tecnica del governo Monti ha costituito un vero e proprio spartiacque introducendo quelle norma norme di trasparenza e di buon senso, richieste a gran voce da decenni, ma osteggiate e rinviate" (Avvenire 24 ottobre). Così la legge Severino, nota soprattutto per gli aspetti legati alla decadenza di Berlusconi, ha introdotto per la prima volta il divieto tassativo e totale per i magistrati di essere componenti di collegi arbitrali, incarichi retribuiti con parcelle anche molto ingenti ma che hanno dato luogo a commistioni tra interessi pubblici e privati quando nella controversia da risolvere era implicata un'azienda pubblica o un ministero.

Allo stesso modo nel pacchetto della legge Severino è entrato il divieto delle doppie carriere che ha posto fine alla possibilità per i giudici di essere contemporaneamente capi degli uffici dei ministri con raddoppio dello stipendio. Adesso i giudici che assumano questi incarichi dovranno mettersi fuori ruolo (per non più di dieci anni) e potranno ricevere solo un'indennità aggiuntiva non superiore al 25% del precedente stipendio. Anche qui, però, il regolamento successivo che avrebbe dovuto decidere quali fossero gli incarichi apicali incompatibili con l'esercizio contemporaneo della magistratura, da predisporre entro tre mesi non è stato emanato e la norma – al di là dei codici di autoregolamentazione delle magistrature – è di fatto scaduta.

Quindi la burocrazia italiana è in grado di bloccare le riforme messe in campo dalla politica? E' ancora Giarda a rispondere: "Non c’è nulla che le burocrazie possono fare, nel senso di ostacolare l’avvio di una buona legge, se i ministri si occupano del loro ministero. Un ministro che si occupa, legge le carte, discute con il suo capo di gabinetto e i suoi capi di dipartimento, non ha problemi a costruire un buon provvedimento di legge o a dare rapidamente attuazione a leggi approvate dal Parlamento". È necessario quindi per tutti "impostare correttamente le questioni da affrontare; senza pensare di voler cambiare il mondo con un articolo di un decreto-legge, una tentazione alla quale spesso indulgono i ministri dei diversi governi" (Avvenire 24 ottobre).

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