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Lo straordinario potere della fedeltà coniugale

© CREATISTA/SHUTTERSTOCK

Pontificio Consiglio per i Laici - pubblicato il 14/10/13

Promettere un amore che sia per sempre è possibile quando si scopre un disegno più grande dei propri progetti

di Gabriella Gambino

In termini generali, la fedeltà indica l’atteggiamento di coerenza e di costanza nell’adesione a un valore ideale di amore, di bontà, di giustizia, ma può anche essere intesa come impegno col quale una persona si vincola affinché il legame con un’altra persona sia stabile e mutuo. In altre parole, la fedeltà non comporta solo l'adesione ad un valore astratto, ma può anche veicolare la volontà e l'impegno verso una persona, come nel rapporto d'amore. Come tale, il valore della fedeltà ha sempre trovato la sua più perfetta espressione umana nella fedeltà tra i coniugi, attraverso l'esclusività e l'unicità del rapporto d'amore consacrato nel matrimonio.

Eppure, nella modernità, il costume e la morale più diffusi sembrano fare fatica a cogliere lo straordinario potere umanizzante di questo valore, in grado di realizzare pienamente la dimensione etica e spirituale della persona, che – quando è fedele – diviene capace di vivere coerentemente verità e libertà, verità e amore. In particolare, la generale messa in discussione dei valori tradizionali del matrimonio, scaturita in maniera significativa dalla rivoluzione sessuale del Novecento, ha prodotto non solo una radicale frattura tra sessualità e matrimonio, ma ponendo le basi per una sessualità fluida e ridotta alla dimensione del piacere, ha privato il rapporto d'amore coniugale della capacità di essere fedeli alla persona amata.

Il problema, a ben vedere, è molto più generale: nella riflessione filosofica moderna e contemporanea, il tema della fedeltà risulta quasi del tutto assente, salvo pochi casi quali ad esempio la morale kantiana, che riduce la fedeltà al rispetto per l’imperativo, o J. Royce, che la riconduce alla “devozione di una persona ad una causa” (The philosophy of loyalty, 1908). In effetti, nella morale più comune la fedeltà viene sovente percepita come un dovere astratto e pesante, che riduce la libertà della persona, costringendola a rinunciare ad altre possibilità che si potrebbero presentare nel corso dell'esistenza.

Perfino nelle più recenti evoluzioni del diritto di famiglia, l'obbligo del rispetto della fedeltà coniugale è stato quasi del tutto svuotato di significato. In Italia, per esempio, sebbene l'art. 143 c.c. faccia derivare dalla celebrazione del matrimonio l’obbligo reciproco alla fedeltà tra i coniugi, la semplice violazione di tale dovere, ossia l’adulterio, non è sufficiente a giustificare l'addebito della separazione al coniuge responsabile, a meno che non sia dimostrabile con prove concrete che da esso derivi l'impossibilità della convivenza. In tal senso, perfino la normativa civilistica in materia di divorzio ha subìto un cambiamento significativo, che ha reso ancora più fragile l'unione coniugale e sempre meno importante il valore dell'impegno nella fedeltà. Se, infatti, fino agli anni Sessanta, la violazione della fedeltà coniugale comportava il diritto ad ottenere divorzio per colpa da parte del coniuge offeso, con un conseguente addebito della responsabilità all'altro coniuge, negli ordinamenti attuali tale concetto è definitivamente scomparso. Negli Stati Uniti come in Europa, infatti, l’abbandono del sistema del divorzio per colpa (e la conseguente introduzione del divorzio senza addebito di colpa) stabiliscono un contesto giuridico e culturale coerente con l’idea del divorzio unilaterale come diritto costituzionale individuale. Se diviene irrilevante la causa oggettiva del divorzio (in tal caso, la violazione del dovere di fedeltà), rileva solo la volontà soggettiva di colui che vuole divorziare. In tal senso, la disciplina del matrimonio e del divorzio riflettono la riflessione giuridica più recente, di matrice liberista, che tende a ridurre il matrimonio ad un contratto, alla mera unione volontaria di due persone che desiderano sposarsi e che deve durare solo fino a che desiderano rimanere sposate.

In tal senso, quando i giuristi parlano di privatizzazione del matrimonio, davvero il termine privatizzare può essere ricondotto alla propria origine etimologica, come privare: svuotare di qualche cosa una realtà che era portatrice di caratteristiche e requisiti intrinseci, che ora non ha più.

Eppure, se la fedeltà da sempre è stata lo strumento che il diritto ha individuato per garantire l'esclusività del rapporto d'amore e la stabilità della famiglia che ne può derivare, qualche ragione ci deve pur essere. In fondo il diritto serve a garantire la sicurezza della coesistenza, la certezza e la giustizia dei rapporti umani, soprattutto di quei rapporti – dai quali possono derivare nuovi individui – che il diritto riconosce attraverso il matrimonio e la famiglia coniugale. Qual è dunque il portato antropologico della fedeltà?Perché il diritto la considera un dovere, seppur debole oggi nei suoi effetti quando viene violato? Nella teologia cristiana, la fedeltà di Dio Padre alla promessa di salvezza dei suoi figli è la massima espressione del Suo amore per noi, di un amore forte, saldo, definitivo, che si offre come dono e che chiede solo di essere accolto, e non meritato. Nella modernità, invece, la fedeltà sembra legarsi al fatto che colui che amiamo debba meritarsi questo amore. Perciò, quando si comporta in modo da non meritarlo più, si scioglie il vincolo della fedeltà.

Eppure, il senso della fedeltà come valore umano può essere colto proprio qualora la si consideri come virtù morale nell’amore e, in particolare, nell’amore coniugale indissolubile, nel quale essa si lega necessariamente alla dimensione del tempo. Il tempo come durata di tutta la vita, che dona così alla persona la possibilità di svolgere e di realizzare il suo progetto di felicità nel corso della sua esistenza.

Per capire questo aspetto straordinario dell'amore coniugale fedele e indissolubile, è indispensabile soffermarsi un momento a riflettere su come nasce e si consolida l'amore tra due esseri umani.

Come da sempre ci narra la letteratura romantica, è un fatto innegabile che l’amore vero conduca l’amante a desiderare solo l’amato in maniera esclusiva e definitiva. Non ci sono innamorati che non si giurino amore eterno.

Ma tra l’innamoramento e l’amore fedele ci sono alcuni passaggi che gli amanti devono compiere per giungere ad offrire se stessi in una sfera ben più grande di sé, un’atmosfera in cui il loro reciproco amore possa respirare e vivere, nutrendosi della reciproca libertà e volontà di essere fedeli a questo amore per sempre.

Straordinaria, in tal senso, è l’immagine che K. Wojtyla ha espresso nell'opera teatrale La bottega dell’orefice: le fedi nuziali, simbolo non solo dell'amore, ma della fedeltà, sono forgiate dall’Orefice (Dio); in tal senso, esse non rappresentano soltanto la decisione degli sposi di rimanere insieme, ma il loro amore è stabile e fedele perché sostenuto dall’amore di Dio. Il loro amore e la loro fedeltà sono forgiati e protetti da Lui, trascendono gli sposi stessi. Non a caso, ci ha ricordato anche di recente Papa Francesco nella Lumen Fidei, nella Bibbia la fedeltà di Dio è indicata dalla parola ebraica 'emûnah (dal verbo 'amàn), che nella sua radice significa "sostenere". Si comprende così perché l'effetto della fedeltà sia la possibilità di costruire il rapporto coniugale davvero sulla "roccia".

In questi termini il sacramento del matrimonio costituisce in sé una forza che sostiene gli sposi e la loro rispettiva volontà di rimanere insieme nella fedeltà, nel rispetto dell'amore promesso, non solo come sentimento, ma ancora di più come adesione ad una vocazione congiunta, che proprio nel co-niugio trova lo strumento per portare insieme lo stesso giogo, mantenendo lo stesso passo, nel corso della loro esistenza.

Per capire più da vicino come si strutturi antropologicamente la dinamica della fedeltà nell’amore, occorre partire dall’idea che la dinamica affettiva, come processo di in-namoramento della persona (imparare ad amare), passa attraverso alcuni livelli che si intrecciano in un processo di maturazione che esige un coinvolgimento personale crescente.

Ripresi anche dalla terminologia di San Tommaso intorno all’amore, tali livelli vanno dall’iniziale apparire dell’oggetto amato nella sfera esistenziale dell’amante, producendo emozioni immediate – la fase dell’amore romantico, nella quale il tempo sembra sfuggire agli amanti, sempre più desiderosi di stare insieme e di trascorre insieme quanto più tempo sia loro possibile – fino alla conoscenza affettiva dell’amato, che si scopre come colui che ha capacità di amare. La relazione inizia così a trasformarsi in una promessa, un anticipo di un amore più grande. Ora il tempo non è più contrario all’amore e alle sue emozioni, come nella fase romantica, ma fa parte della sua stessa realtà: l’affetto ha bisogno del tempo per maturare e realizzare tutto quel che contiene. Nella relazione si iniziano a percepire una strada e l’anticipazione del progetto di perfezionamento futuro. All’amato non si vuole bene solo per quel che è attualmente, ma per la meraviglia che può raggiungere e diventare nel corso della sua esistenza. "Fondati su questo amore, uomo e donna possono promettersi l'amore mutuo con un gesto che coinvolge tutta la vita […]. Promettere un amore che sia per sempre è possibile quando si scopre un disegno più grande dei propri progetti, che ci sostiene e ci permette di donare l'intero futuro alla persona amata". (Francesco, Lumen Fidei, n. 53).

Tale livello è chiamato con-formazione, perché in esso la relazione d’amore fa cambiare forma all’amante e si realizza attraverso l’armonia affettiva e il compiacimento reciproco, ossia nella formula “è bene che tu esista”. Il compiacimento è il primo momento cosciente dell’amore da cui ha origine la libertà come accettazione dell’amato. Esso implica l’impegnarsi con lui, come se fosse cosa propria, e fonda il sentimento interno di obbligo, cosicché da esso potranno scaturire alcune azioni dovute verso l’amato.

E’ in questo momento che si configura l’importanza della fedeltà come risposta a una persona e non come un rigido volontarismo. Una fedeltà come virtù, pienamente realizzata nella vita concreta, e costruita sull’integrazione tra amore e sessualità, e non come mera adesione ad un amore spirituale, slegato dalla prudenza e dall’affetto carnale, che pertanto potrebbe rivolgersi altrove. In tal senso, la coscienza virtuosa deve insistere sull’integrazione affettiva con una “fedeltà creatrice” (G. Marcel), che sia capace di rigenerare continuamente il compiacimento amoroso tra gli amanti affinché restino uniti.

La dinamica affettiva conduce così ad un’apertura alla ragione, ad un’intenzione unitiva negli amanti, che realizza la perseveranza dell’amore disponendo la comunione delle persone come realtà permanente. La libertà struttura da questo momento in poi l’azione dell’amante e la verità dell’amore acquista qui un valore specifico, poiché tenterà di promuovere una comunione che sarà vera o falsa a seconda della capacità di attualizzare questa relazione. "La verità, facendo uscire gli uomini […] dalle sensazioni soggettive, consente loro di […] incontrarsi nella valutazione del valore e della sostanza delle cose. La verità apre e unisce le intelligenze nel lógos dell'amore". (Benedetto XVI, Caritas in Veritate, n.4). Verità e fedeltà andranno avanti congiuntamente e il venir meno della volontà di realizzare la relazione sarà tutt’uno con la mancanza di fedeltà all’amato.

Nella fedeltà, pertanto, il ruolo della ragione è decisivo. Essa aiuta costantemente l’amante a discernere la verità dell’affetto in relazione al senso dell’azione che compie. Il fine della fedeltà è la comunione che richiede il dono di sé, perché il dono non è causato dall’affettività, ma dall’amore libero e consapevole.

In tal senso, libertà non è ricerca del piacere, senza mai giungere ad una decisione, ma è capacità di decidersi per un dono definitivo ed esclusivo. Soltanto colui che può promettere per sempre dimostra di essere padrone del proprio futuro, lo tiene fra le sue mani e lo dona alla persona amata.

Si comprende così perché il contenuto della fedeltà sia la fiducia: fiducia nell’avvenire e nell’altro, al quale si fa dono di sé. Al contrario, ciò che paralizza e schiavizza è la paura di impegnarsi: in fondo, essa priva della libertà e della capacità della ragione di seguire il cuore.

Nonostante il percorso di indifferenza che sta segnando il valore della fedeltà nel diritto e nella morale comune, resta il fatto che la fedeltà sia un’autentica forma di espressione della forza, della coerenza e della speranza di cui è capace l’essere umano: nella scelta di una persona, la fedeltà è pur sempre obbedienza libera e consapevole all’ideale che si è scelto, alla promessa che è stata fatta. In tal senso, il diritto, come ius, l'ha sempre considerata espressione della giustizia intesa non solo come adesione ai valori della fiducia e della lealtà, ma ancor prima come rispetto dell'altro e della co-esistenza in quel cammino solido e stabile che l'uomo e la donna, nel matrimonio, decidono di percorrere insieme verso la piena realizzazione reciproca e la felicità.

Per queste ragioni la fedeltà ha un significato antropologico irrinunciabile ed uno straordinario potere umanizzante, capace di sviluppare appieno le risorse e la ricchezza interiore di ogni essere umano.

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