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Governo Letta: la crisi è una questione interna al PDL?

© DR
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Al di là perfino dei problemi giudiziari del Cavaliere, il tema centrale è chi comanderà nel futuro del centrodestra, tra falchi e colombe

È opinione condivisa dalle diverse parti politiche che l’Italia stia vivendo un momento cruciale, nel quale ci si interroga sul concetto di Stato di diritto, sull’indipendenza della magistratura e sul pericolo di compromettere l’affidabilità, non solo finanziaria, del Paese. Solo qualche giorno fa, il presidente Napolitano, con parole commosse, ha rievocato i tempi ormai lontani dell’Italia repubblicana, quando la politica, sebbene anche allora non immune a storture ed inefficienze ma animata da non poche figure di valore — che non erano costrette a interrogarsi quotidianamente sull’opportunità della loro scelta di campo — era considerata un’alta forma di testimonianza coerente da esercitare al di là di ogni tornaconto personale  (Osservatore Romano, 1 ottobre).
 
Così il quotidiano della Santa Sede coglie il punto del Sistema-Italia, con la sua (più) recente lacerazione: le dimissioni dei ministri in quota al PDL nel Governo presieduto da Enrico Letta. Presidente che dovrà trovare di qui a poche ore, al più tardi mercoledì mattina quando si presenterà alle camere. Ma quello che è avvenuto nel week end, a borse chiuse, e con gli italiani in altre faccende affaccendate, sembra essere una sorta di psicodramma ad uso e consumo interno del PDL e dei suoi equilibri. Come dice su Europa Francesco Lo Sardo: “una resa dei conti interna, un cruento scontro per il potere, in vista di una situazione in cui il Cavaliere, il leader carismatico, non soltanto sarà incandidabile alle elezioni e interdetto dai pubblici uffici, ma presto anche condannato all’interdizione legale su tutti i suoi atti, inclusa la disponibilità del patrimonio, come effetto della probabile conferma della sentenza del processo Ruby” Un duello insomma, tra falchi (Brunetta e Santanché) e colombe (Alfano e Quagliariello) (Europa, 30 settembre).
 
E in effetti – annota il Sussidiario – “Si delinea così la più grave crisi della storia repubblicana, che coincide con la più grave crisi economica dal dopoguerra che l'Italia vive come unico paese europeo in recessione. A ciò si aggiunge un contesto di generale sfiducia nella classe politica. Una somma di fattori pericolosa per la stessa tenuta democratica ed è ovvio che in una situazione del genere il ruolo di Giorgio Napolitano − per esperienza politico-istituzionale, credibilità internazionale e chiaro disinteresse personale − è naturalmente destinato a crescere”. La supplenza di Napolitano sembra essere da un lato sempre più a rischio, dall'altra sempre più necessaria in una situazione come quella attuale di totale incomunicabilità tra le parti (Il Sussidiario, 29 settembre).
 
La questione tuttavia è se dalla conta nei gruppi parlamentari (specialmente del Senato) quale sarà l'esito tra le due fazioni del PDL o della futura Forza Italia. Interessante in questo senso lo sfogo della Lorenzin, giovanissima ex coordinatrice di Forza Italia nel Lazio, oggi minisitro e che non vuole che il partito “assomiglia ad Alba Dorata”, il partito neonazista greco. Insomma la paura di alcuni “forzisti” della prima ora è quello di uno scivolamento a destra del movimento e la trasformazione in una forza politica ad uso e consumo di poca nomenclatura e ancor meno consensi, se non i duri e puri del berlusconismo.  Ma se tutto dovesse “franare”? “E l'ipotesi più probabile sarà quella di un governo del Colle chiamato a fare la legge di stabilità e a riformare il Porcellum per poi votare a febbraio-marzo del prossimo anno. I nomi dei papabili premier sono Fabrizio Saccomanni e Giuliano Amato”.  (Affari italiani, 30 settembre).
 
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