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Chiesa italiana e internet: più qualità nei siti ma il “boom” si è esaurito

@DR
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Dopo oltre 16 anni dalla prima lista, un’analisi dei dati di siticattolici.it con il suo ideatore e curatore

“Ho messo in linea la Lista il 12 giugno 1997 e l’ho mantenuta aggiornata fino ad oggi”. La lista è quella di siticattolici.it, l’unico database completo sulla presenza nel web della Chiesa italiana in tutte le sue espressioni. Oggi conta 14.250 siti attivi. Il paziente curatore è Francesco Diani, informatico per mestiere, catechista per vocazione.

Perché ha cominciato a censire i siti cattolici italiani?

Diani: In quegli anni professionalmente ero a contatto con il mondo dell’informatica e avevo cominciato a conoscere e a “insegnare” Internet sin dal suo arrivo in Italia. Come cristiano ero da tempo impegnato nella Catechesi e poi ho iniziato gli studi in Teologia. Per la tesi, la soluzione più immediata fu quella di coniugare le due esperienze, l’informatica e la pastorale. E così iniziò la ricerca per vedere cosa esisteva sulla Rete. Al termine mi sono ritrovato con circa 150 link che gli amici mi hanno chiesto di mettere a disposizione di tutti. Da lì è nato siticattolici.it.

Con quale criterio accettate di registrare un sito nella lista?

Diani: Innanzitutto, deve trattarsi di un sito vero e proprio e non di pagine scarne. Devono essere siti italiani, ossia far riferimento per luogo o per lingua all’Italia. Infine, essere “cattolici”: ci rifacciamo ai criteri del Codice di Diritto canonico, in specie all’articolo 205. È delicato il lavoro di selezione e di applicazione dei criteri di ecclesialità, soprattutto per quei siti con affermazioni di principio – "sito cattolico", appunto – che possono essere di fatto contraddette dai contenuti.

Di recente abbiamo presentato qualche numero del vostro database. Cosa dicono secondo lei questi dati oggi, a 15 anni dalla prima lista?

Diani: La crescita (costante fino al 2010, ndr) si è praticamente fermata. Il numero dei nuovi siti sostituisce quelli che nel frattempo muoiono. Anzi, il lavoro maggiore che facciamo è proprio quello di verificare che quelli già censiti siano vivi e vegeti.

E dal punto di vista della qualità?

Diani: Ci sono meno siti improvvisati. Si parte sempre più con progetti con un minimo di stabilità e un po’ di cura redazionale dietro, rispetto al passato in cui prevalevano le iniziative estemporanee di singoli volenterosi”. Prevaleva la disponibilità di competenza tecnica sulla reale progettualità comunicativa e pastorale. Finito l’entusiasmo del promotore, in genere anche il sito svaniva.

Quale genere di sito prevale nel “web cattolico”?

Diani: Tra i siti istituzionali prevalgono quelli parrocchiali. Permangono invece ancora moltissimi siti a carattere individuale, anche perché è molto facile metterli su. Il rischio è quello di avere una crescita effimera: sono spesso siti superficiali nei contenuti o magari semplicemente portati avanti copiando e incollando materiale di altri senza aggiungere nulla di proprio.

E come va con i social network?

Diani: Abbiamo registrato una sorta di trasloco su Facebook, anche qui spinta dalla facilità di utilizzo. In questi casi Facebook non viene usato come un social ma come un’alternativa al sito. Con la differenza che si è in un contesto esterno, meno controllato. E poi non mi sembra che si sviluppino grandi confronti. Diverso il discorso per i blog e relativi account sui social dei singoli, soprattutto sacerdoti, che cercano di intavolare un dialogo con chi li segue. Ma a livello di istituzione la presenza su Facebook non registra una qualità diversa rispetto a un sito.

Secondo lei c’è una gap tra avanguardia culturale molto avanzata ad alto livello e l’esercizio sul campo di una presenza ecclesiale nel web soprattutto a livello istituzionale?

Diani: Siamo molto fortunati, perché la Chiesa italiana è partita da subito bene grazie all’Ufficio per le comunicazioni sociali e il Servizio informatico della Cei; e ha puntato molto sulla formazione, per esempio con la WecA, l’Associazione webmaster cattolici, e il supporto dell’Università cattolica di Milano. Si è investito molto per dare basi teoriche e operative e anche servizi alle diocesi e alle parrocchie. Certo, la competenza – non solo tecnica, ma anche culturale e pastorale sul come stare in internet – resta il fattore di efficacia fondamentale.

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