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Papa Francesco e Caravaggio: “le sue tele mi parlano”

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Rodolfo Papa - pubblicato il 23/09/13


Legenda aurea di Jacopo da Varazze, i Vangeli, innanzitutto lo stesso Vangelo di san Matteo, e i relativi commenti2; ma soprattutto occorre evidenziare il riferimento alla michelangiolesca Creazione dell’uomo della Cappella sistina, che viene utilizzata come modello di un linguaggio da cui trarre "parole" per costruire discorsi nuovi. Tale operazione consiste in un parlare lo stesso linguaggio facendolo proprio, in un dire di più partendo dal già detto: un vero e proprio ridare significato.

Il Christiansen ha evidenziato «l’aspetto classico dell’arte rivoluzionaria di Caravaggio»3. Ebbene, proprio nell’«aspetto classico» risiede il contributo originale di Caravaggio. Il riferimento all’arte passata potrebbe sembrare contraddittorio con il carattere rivoluzionario dell’arte caravaggesca, e certo a prima vista appare in contrasto con le critiche che Caravaggio stesso rivolse al Cavalier d’Arpino e a ogni manierismo. In realtà è proprio il modo con cui Caravaggio usa Michelangelo a testimoniare un atteggiamento rivoluzionario. Egli non dimostra alcuna sudditanza, anzi parla con il Buonarroti da pari a pari: da Michelangelo a Michelangelo. Questa poetica costituisce la vera unitarietà del ciclo della cappella Contarelli, che in tre tele racconta i momenti salienti della vita di san Matteo: la vocazione, la scrittura del Vangelo, il martirio. Nella tela posta a destra Caravaggio trascrive pittoricamente il testo evangelico della vocazione e della conversione; quest’ultima è presentata nei tre sinottici con una medesima espressione: «Et surgens secutus est Eum» (Lc 5,27; Mc 2.14; Mt 9,9). Ma alla narrazione evangelica Caravaggio offre un elemento ulteriore, ovvero una riflessione pittorica sul nome di san Matteo. Jacopo da Varazze, nel capitolo CXL della Legenda aurea, si sofferma sui significati dei due nomi dell’evangelista: Levi e appunto Matteo. Mentre nell’analisi di "Levi" ritroviamo gli elementi della narrazione evangelica4, nei possibili significati di "Matteo" sono presenti sottolineature ulteriori: «Matteo si traduce "dono della rapidità" oppure "datore di consiglio"; oppure il nome di Matteo viene da magnus, "grande", e theos, cioè "Dio", per significare "grande di fronte a Dio", oppure anche da "mano" e theos, come per dire "mano di Dio»5. L’attenzione di Caravaggio è centrata su san Matteo "mano di Dio", quella dei suoi committenti probabilmente sul dono della "rapidità". Quest’ultimo elemento consente infatti di sottolineare il probabile intento di celebrazione della rapida conversione di re Enrico IV di Francia da ugonotto a cattolico, e il conseguente perdono concessogli da papa Clemente VIII nel 1595. Calvesi nota come l’editto di Nantes promulgato da re Enrico IV nel 1598 sia legato alla storia della commissione caravaggesca: «È proprio nel 1599, infatti, che il Caravaggio riceve la commissione per San L
uigi, chiesa della nazione francese, sciogliendosi così una vicenda che aveva tenuto ferma per anni la decorazione della cappella Contarelli»6.

L’elemento più interessante, quello che diviene centrale nell’opera di Caravaggio, è san Matteo “mano di Dio”7. Nella tela in analisi, infatti, la vocazione e la conversione sono veicolate pittoricamente dalla mano di Cristo che indica san Matteo e dalla mano di san Matteo che indica se stesso: nelle mani, dunque, sono espresse sia la chiamata che la risposta. Sembra quasi che Caravaggio abbia voluto tematizzare, più che la chiamata, la risposta alla chiamata, con una sorta di sottolineatura della libertà della risposta: uno degli elementi fondamentali del programma dell’intero ciclo è infatti il libero arbitrio, o ancor meglio il rapporto tra libertà e grazia. La mano di Cristo, inoltre, riproduce la mano di Adamo della Cappella Sistina, come Calvesi ha già sottolineato

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