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Papa Francesco e Caravaggio: “le sue tele mi parlano”

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Rodolfo Papa | Mon Sep 23 2013

La "Vocazione di san Matteo", custodita presso la chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma, presenta la redenzione dall'avarizia

Nella intervista recentemente pubblicata, in cui papa Francesco si racconta al direttore di “Civiltà Cattolica”, padre Antonio Spadaro, il Santo Padre ha espresso, tra le altre cose, il suo amore per l’arte, e in particolare per Caravaggio: «In pittura ammiro Caravaggio: le sue tele mi parlano».

Quanto le tele di Caravaggio parlino a papa Francesco è rintracciabile nella medesima intervista, in cui spiega come egli si riconosca nella Vocazione di SanMatteo dipinta da Caravaggio. E’ anche molto interessante ricostruire la geografia romana del card. Bergoglio che dalla casa Internazionale del Clero a via della Scrofa, dove ha sovente alloggiato, avrà spesso camminato fino alla vicinissima San Luigi dei Francesi, e si sarà soffermato a pregare proprio nella Cappella Contarelli. Ecco le sue parole, che stimolano a guardare ancora e ancora più profondamente Caravaggio: «Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”». E ripete: «io sono uno che è guardato dal Signore. Il mio motto Miserando atque eligendo l’ho sentito sempre come molto vero per me». Il motto di papa Francesco è tratto dalle Omelie di san Beda il Venerabile, il quale, commentando l’episodio evangelico della vocazione di san Matteo, scrive: «Vide Gesù un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi». E aggiunge: «il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando».

Papa Francesco continua nella sua riflessione e dice: “«Io non conosco Roma. Conosco poche cose. Tra queste Santa Maria Maggiore: ci andavo sempre». Rido e gli dico: «lo abbiamo capito tutti molto bene, Santo Padre!». «Ecco, sì – prosegue il papa -, conosco Santa Maria Maggiore, San Pietro… ma venendo a Roma ho sempre abitato in via della Scrofa. Da lì visitavo spesso la chiesa di San Luigi dei Francesi, e lì andavo a contemplare il quadro della vocazione di san Matteo di Caravaggio». Comincio a intuire cosa il Papa vuole dirmi. «Quel dito di Gesù così… verso Matteo. Così sono io. Così mi sento. Come Matteo». E qui il papa si fa deciso, come se avesse colto l’immagine di sé che andava cercando: «È il gesto di Matteo che mi colpisce: afferra i suoi soldi, come a dire: “no, non me! No, questi soldi sono miei!”. Ecco, questo sono io: “un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi”. E questo è quel che ho detto quando mi hanno chiesto se accettavo la mia elezione a Pontefice». Quindi sussurra: «Peccator sum, sed super misericordia et infinita patientia Domini nostri Jesu Christi confisus et in spiritu penitentiae accepto»” (Antonio Spadaro e Papa Francesco, La Civiltà Cattolica).

Soffermiamoci dunque ancora sul meraviglioso ciclo dipinto da Caravaggio1. Il ciclo di san Matteo viene dipinto da Caravaggio per la chiesa di San Luigi dei Francesi tra il 1599 e il 1602. Esso, innanzitutto, costituisce per Caravaggio la prima commissione pubblica, inoltre è un vero e proprio ciclo, articolato in tre tele distinte ma legate da un’unica concezione e da un unico linguaggio. Insomma è per Caravaggio l’occasione – non mancata – di mettere in mostra tutte le sue abilità.

L’unitarietà del ciclo dedicato a san Matteo può essere rintracciata in livelli diversi: essa è innanzitutto nella narrazione, nella "fabula" delle tele; più profondamente è poi presente nei significati morali che ne animano il programma iconologico; essa infine si articola nel modo con cui Caravaggio utilizza le fonti letterarie e pittoriche. Infatti il contributo specificatamente artistico più rilevante dell’opera caravaggesca in questione consiste nella capacità di lavorare con i segni — nomi, immagini, rappresentazioni — utilizzandoli efficacemente non solo come semplici informazioni, ma come mezzi espressivi. In particolare si può documentare l’uso di fonti quali la
Legenda aurea di Jacopo da Varazze, i Vangeli, innanzitutto lo stesso Vangelo di san Matteo, e i relativi commenti2; ma soprattutto occorre evidenziare il riferimento alla michelangiolesca Creazione dell’uomo della Cappella sistina, che viene utilizzata come modello di un linguaggio da cui trarre "parole" per costruire discorsi nuovi. Tale operazione consiste in un parlare lo stesso linguaggio facendolo proprio, in un dire di più partendo dal già detto: un vero e proprio ridare significato.

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