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Stile di vita

Il peccato veniale può essere più pericoloso di quello mortale?

@DR

padre Angelo Bellon, o.p. - Amici Domenicani - pubblicato il 30/08/13

E' vero per lo stato di tiepidezza che caratterizza chi vive in grazia di Dio ma si lascia dominare da una certa negligenza o pigrizia spirituale

Quesito

Caro Padre Angelo,


intanto la saluto e la ringrazio per questo prezioso servizio che offre con pazienza a noi tutti.
Volevo porle una questione circa  il peccato veniale. Tempo fa mi è capitato di leggere sul settimanale "Tempi" un articolo scritto da un sacerdote missionario  (in risposta ad un lettore) che da subito ho ritenuto interessante,  e devo dire anche sorprendente e provocante  che si intitolava così: "Il peccato veniale ci sbriciola come col legno".
 Leggendo l'articolo si incontra un passo dove il sacerdote sostiene che il peccato veniale è più pericoloso di quello mortale, spiegando che …"il peccato mortale è eclatante, molto evidente, come un forte temporale o un terremoto e uno lo vede …. e si ravvede. Ma quello veniale è come un tarlo nel legno, uno lo lascia entrare, e lui, il tarlo, pian piano senza che ce ne si avveda , mangiucchia tranquillo, a poco a poco. Il risultato è che il legno a poco a poco perde la sua consistenza e si sbriciola". "Il tarlo del legno, continua l'articolo, si nutre della polpa del legno, per sterminarlo ci vuole una disinfestazione sicura sia per la salute di fusti vivi che per l'integrità della mobilia d'appartamento".
 Al che, anch'io mi sono illuminato a queste parole e ho capito l'importanza di confessare con cura anche i peccati veniali, avendo compreso che essi possono essere dannosi per la nostra umanità e che spesso agiscono, al contrario di quelli mortali, subdolamente, facendoci allontanare pian piano dal Signore, magari senza che noi ce ne avvediamo.
 Volevo chiedere un suo giudizio su quanto ho letto e se ritiene corretto confessare bene anche i peccati veniali. 
La ringrazio e le assicuro la mia preghiera.

Risposta del sacerdote

Carissimo,


1. quello che il padre missionario ha scritto è vero non tanto per il singolo peccato veniale, quanto piuttosto per lo stato di tiepidezza in cui ci si lascia trascinare.
 Lo stato di tiepidezza si caratterizza per questo: si vive in grazia di Dio e non si commettono peccati gravi, ma ci si lascia dominare da una certa negligenza o pigrizia spirituale per cui non si va avanti nell’unione con Dio.
 Talvolta chi vive nella tiepidezza ha conosciuto in precedenza un certo fervore, ha servito Dio con fedeltà. Ma ora si trova quasi in uno stato di indifferenza.
 A detta dei maestri di vita spirituale due sono generalmente le cause che portano a tale stato: il lasciarsi andare nel peccato veniale compiendo con svogliatezza e nella maniera più spiccia le pratiche di pietà e il rifiuto dei sacrifici chiesti dal Signore.

2. Circa la prima causa giova fare un confronto con il compimento diligente del proprio dovere.
 Come le gocce d'acqua a poco a poco corrodono la pietra (gli antichi dicevano: gutta cavat lapidem, la goccia scava la pietra) e come la pioggia con il suo susseguirsi di gocce feconda un terreno arido, così le nostre buone azioni compiute ripetutamente generano le virtù, le alimentano e le fanno progredire. 
In questo modo le singole azioni, a motivo del fervore con cui si compiono, hanno la capacità di aprire sempre di più a Dio e al prossimo.
 Inversamente la negligenza e la trascuratezza anche in piccole cose nel servizio di Dio può condurre ben presto alla negligenza di realtà più grandi.
 Si pensi ad esempio ad una persona che non fa gran caso ad arrivare con un po’ di ritardo all’Eucaristia, che non le importa più di tanto se mezza lettura sia già stata proclamata e non capisce il senso del rimanente (queste mancanze sono peccati veniali): sarà inevitabile che partecipi alla Messa con animo distratto e curioso. 
In altre parole, compirà esternamente il proprio dovere, ma internamente rimane vuota e come denutrita. Come il sacco vuoto non sta in piedi, così pone tutte le premesse per cadere nel peccato grave.

3. Il Signore ha detto: “Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti” (Lc 16,10). 
E ha aggiunto che “chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto” (Ib.).
 Chi è fedele nel compimento dei propri doveri compiendoli con fervore, può già sperimentare di qua quanto sia la promessa di Gesù: “Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt 25,21).

4. Circa il secondo punto: il rifiuto dei piccoli sacrifici richiesti dal Signore può portare alla tiepidezza interiore. 
Alcuni sentono l’ispirazione ad una vita più seria, più dedita alla preghiera, alla pratica dell'umiltà e della pazienza, ma non vi corrispondono con prontezza.
Il risultato è che poco per volta non avvertono neanche l’ispirazione e il cuore rimane come indurito.

5. Scrive il padre R. Garrigou Lagrange: “Il peccato veniale non distrugge la carità, ma la paralizza nella sua azione e nel suo sviluppo, la raffredda, ne ostacola il volo. Non dà la morte all'anima, ma la lascia senza forze e senza energie per il bene. Spegne il fervore dell'amore divino, ottenebra gli occhi dell'anima, oscura la visione di Dio, come la paralisi parziale che, senza togliere la vita, ostacola, e a volte anche molto, la libertà dei movimenti” (Vita spirituale, p. 49).
 E ancora: “Il peccato veniale ci priva sovente di grazie preziose. Forse che d'ora innanzi Dio sarà meno buono e meno comunicativo? No; siamo noi che cambiamo. Le grazie che rifiutiamo ritornano nel seno di Dio per colpa nostra, o, per essere più precisi, sono riversate su altre anime migliori. Il nostro talento sarà dato ad altri che lo sapranno far fruttificare. I lumi divini si fanno quindi meno vivi per noi, gli inviti della grazia meno frequenti, meno intensi, meno vittoriosi. (…). 
A volte i peccati veniali ripetuti trascinano anche, indirettamente, al peccato mortale. Mentre le grazie si fanno più rare, le cattive inclinazioni prendono il sopravvento e la grazia santificante che dimora nell'anima perde a poco a poco la sua libertà; l'intelligenza viene sopraffatta dalle tenebre; la volontà s'indebolisce, il cuore s'indurisce” (Ib.). 
E conclude con Santa Teresa d’Avila: “In questi pantani ci sono delle febbri che indeboliscono incredibilmente l’anima e possono condurla alla morte” (Ib., p. 51).

Ti ringrazio d’aver attirato l’attenzione su questi punti della vita spirituale. 
È necessario essere vigilanti e avere la volontà di progredire.
Ti ricordo al Signore e ti benedico.

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