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La libertà religiosa e il dialogo sono i pilastri della pace

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La libertà religiosa non è solo professare il proprio credo, ma portarlo nel dibattito pubblico

di Luca Maggi
 
«La libertà religiosa vive di due dimensioni: libertà di professare la propria fede in pubblico e in privato, personalmente e comunitariamente, e libertà di partecipare alla vita pubblica, portare il proprio contributo, come ha ricordato il presidente Napolitano proprio all’inizio di questo Meeting». Roberto Fontolan parla della libertà religiosa e ha negli occhi i tanti uomini che al Meeting, da anni, si confrontano e dialogano per promuovere nel mondo il diritto di vivere la propria fede. E parlando dell’appello del Meeting per sostenere i cristiani perseguitati dice: «Noi non dobbiamo insegnare ai nostri fratelli cristiani perseguitati come devono vivere, siamo noi che stiamo imparando da loro e desideriamo abbracciarli tutti».
 
Ad aprire gli interventi dei relatori è il cardinale Tauran, dopo il videomessaggio di Nassir Al-Nasser, alto rappresentante dell’Onu per l’Alleanza delle civiltà, che ha parlato dell’importanza del Meeting e di tante altre iniziative di dialogo per la costruzione di Stati veramente democratici, su cui Al Nasser si è anche confrontato con papa Benedetto XVI e con il nuovo pontefice, Francesco. Il cardinale ha sottolineato che la libertà religiosa chiama in causa ogni persona, perché contribuisca a un confronto vero anche in Europa. Infatti, «la persecuzione non è sempre cruenta ma spesso è subdola, soprattutto in Occidente dove esistono culture, costumi e atteggiamenti che sviliscono la persona umana, cercando di confinare la religione nel privato». Invece la pace è costruita sul confronto pubblico: «Quando si incontrano i credenti di fedi differenti, rispettando la propria diversità, essi contribuiscono alla costruzione della pace»

Paul Bhatti, dopo aver applaudito il cardinale Tauran, ha spiegato l’importanza della libertà religiosa nell’edificazione dei popoli, raccontando il lento percorso del Pakistan attraverso il sangue dei cristiani uccisi o perseguitati ogni anno. L’ex consigliere del ministro per le minoranze religiose pakistane ha scelto di continuare l’opera iniziata da suo fratello Shahbaz, ucciso il 2 marzo 2011 da un gruppo estremista islamico, che ha aperto il fuoco contro di lui mentre si recava al lavoro. Paul Bhatti ha poi raccontato la sofferenza di una ragazzina di 14 anni, accusata di aver dato fuoco ad alcune pagine del Corano: secondo la legislazione pakistana, sarebbe stata condannata per blasfemia e avrebbe subito la lapidazione. Bhatti ha raccontato lo sforzo compiuto per salvarla, finché una perizia eseguita su sua richiesta ha stabilito che le ceneri trovate erano di legna bruciata e non delle pagine del Corano: «È solo un esempio, che può spiegare le condizioni di pericolo in cui i cristiani continuano a professare la propria fede».

Dopo Paul Bhatti è intervenuto Azyumardi Azra, direttore del Postgraduate program alla Islamic State University di Jakarta, che ha descritto come la libertà religiosa debba ancora fare molti passi nel mondo prima di essere rispettata, soprattutto in un momento di crisi che non è «solo finanziaria, ma anche culturale e sociale. E queste crisi hanno in qualche modo peggiorato le condizioni della libertà religiosa». Il professor Azra ha poi richiamato il pubblico a riflettere sul ruolo dell’islam verso la libertà religiosa: «L’islam viene spesso considerato intollerante e incapace di far fronte ai cambiamenti delle società moderne, soprattutto per quanto riguarda i diritti, e ciò ha ormai costituito un pregiudizio. 

L’islam in particolare è stato accusato di opporsi alla libertà religiosa e alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo; invece, sulla base di alcuni versetti del Corano, la maggior parte degli imam è dell’idea che l’islam riconosca la libertà religiosa. Purtroppo, esistono anche Stati in cui l’apostasia è proibita e punita con la pena di morte». L’incontro ha visto anche la proiezione del videomessaggio di Tahani Al Gebaly, già vicepresidente della Corte costituzionale egiziana, rimasta nel proprio Paese a causa dell’emergenza che sta vivendo. Il breve intervento video ha percorso la storia che lega l’Egitto al tema della libertà religiosa e all’esperienza del Meeting Cairo, che dovrebbe tenersi il 13 e 14 ottobre.

Da ultimo ha parlato Franco Frattini, che ha usato parole gravi per condannare l’immobilismo europeo nei confronti dei tanti cristiani colpiti in questi giorni dall’odio dei terroristi: secondo l’ex ministro degli Esteri è fondamentale che il tema della libertà religiosa sia posto al cuore dell’agenda dell’Italia per il semestre di presidenza del Consiglio Europeo, «per dare una svolta a un atteggiamento timido ormai inaccettabile». E concludendo il suo discorso ha detto: «Non mi si venga a dire che di libertà religiosa non si mangia, perché l’uomo vive anche di valori che alimentano lo spirito e la centralità della persona umana. Se una società perde questi valori, non è degna di essere considerata una società che progredisce».

Prima di terminare l’incontro, Paul Bhatti ha voluto fornire il proprio indirizzo email (bhatti.paul@yahoo. Com) chiedendo a tutti di inviare contributi e suggerimenti, per continuare insieme durante l’anno l’occasione di libertà accaduta al Meeting.

 
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