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Rio 2013: il viaggio di Francesco in Brasile visto dagli Stati Uniti

25 juillet 13 Credits © YASUYOSHI CHIBA / AFP
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Il papa argentino comincia a conquistare anche gli States, dove la Chiesa fatica ancora a recuperare terreno dopo scandali legati agli abusi sessuali

di Maria Teresa Pontara Pederiva
 

Di là dalla strada una chiesa di scientology, in cucina il forno graduato in Fahrenheit, da questo campus all’estremo ovest dello sterminato Paese, la capitale Washington è assai lontana, figuriamoci Roma. Che il suo vescovo avesse attraversato l’Atlantico per raggiungere il Sudamerica non era notizia da bucare i teleschermi alla stregua dell’arrivo del Royal baby, il sisma cinese o il disastro ferroviario in Spagna. La Chiesa cattolica ha qui ancora molta strada da fare per recuperare consenso e credibilità dagli scandali, tutt’altro che conclusi, della pedofilia e la battaglia dei vescovi, prima (ne abbiamo avuto testimonianza esattamente un anno fa) contro la rielezione del Presidente (dove i fedeli hanno però votato in libertà), poi contro la riforma di legge sanitaria, continua a perdere seguito dopo il favore espresso dalla grande organizzazione degli ospedali cattolici. Ce n’era abbastanza per giustificare un dignitoso silenzio o soltanto brevi cenni. Ma sono bastate poche parole pronunciate all’inaugurazione (o forse la famosa foto della borsa …) per un cambio di rotta che, da iniziale e timido, si è fatto a 180°.

Il papa "non convenzionale" – che peraltro era stato già segnalato da alcuni fin dalla sua elezione – comincia a fare breccia anche negli States. È una Chiesa che non ti aspetti quella disegnata da Bergoglio, è il sentire che accomuna i media al collega di lavoro, fino allo studente asiatico che attraversa oltreoceano per costruirsi un futuro. Ma ciò che colpisce è ormai la pressoché totale assenza di distinguo: il papa mostra cosa significhi vivere secondo il Vangelo, testimonia con la sua persona e i suoi gesti quel lieto annuncio ai poveri e agli oppressi, quell’amore incondizionato per tutti. È l’incontro con un tu che si fa prossimo ciò che risalta, è l’atteggiamento stesso di Gesù nei confronti dei poveri. E per un cristiano non può essere che questo, come insegna la Dottrina sociale della Chiesa, senza distinguo di sorta, tantomeno il timore di quell’aggettivo "sociale" che invece inchioda il credente alle sue responsabilità di adoperarsi per la giustizia e la dignità di ogni essere umano, che considera suo fratello. E, prima si è cristiani, perché si assumono gli atteggiamenti di Cristo, poi si diventa Chiesa, come scriveva già quattro anni fa padre Nolan, non viceversa.

È l’atteggiamento dei missionari che, abbandonando certezze occidentali, sono partiti per inginocchiarsi ad aiutare i più miseri della terra e condividendo la loro vita, dando voce a chi non ne ha, annunciando il Vangelo con la propria testimonianza prima che con le parole. Perché "ogni" vita non è spazzatura e "ogni uomo è mio fratello". Un segnale che qui non è passato sotto silenzio è il messaggio inviato da Francesco per la Giornata per la Vita che nel Regno Unito si celebrava domenica scorsa: "tutta la vita ha un valore inestimabile, scrive il papa con le parole che ormai conosciamo, anche i più deboli e vulnerabili, i malati, gli anziani, i non nati e i poveri, sono capolavori della creazione di Dio, fatti a sua immagine, destinati a vivere per sempre, e meritevoli della massima riverenza e rispetto". Tutti, nessuno escluso, perché non ci sono graduatorie di valore e vescovi e fedeli l’han capito.

È esattamente quanto scriveva qui da mesi padre Martin (gesuita pure lui che ora non nasconde la sua soddisfazione) quando sottolineava che era pro-life anche preoccuparsi delle vittime del commercio libero delle armi o, come fanno le tante suore americane, andare per le strade a salvare giovani donne dalla prostituzione, o i frati che distribuiscono sandwiches e coperte agli homeless.

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