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Chiesa

Rio de Janeiro, la più “evangelical” delle città cattoliche

Finesettimana.org - pubblicato il 22/07/13

Nel primo Paese cattolico al mondo, il Brasile, si assiste alla crescita degli evangelical nelle periferie povere e nelle favelas

di Mélanie Ferreira

(da “www.temoignagechretien.fr” del 20 luglio 2013)

Come tutte le domeniche mattina, dopo la messa di padre Ricardo nell’unica chiesa di Vidigal, una favela pacificata della zona sud di Rio, Maria Augusta intraprende il suo giro di comunione ai malati. Questa fedele di 63 anni, ministro dell’eucaristia, è accompagnata questa mattina da Gloria, in formazione per esercitare la stessa funzione nel mese di settembre. In un appartamento di una viuzza della favela, le aspetta Maria, una vecchia signora che per compagnia ha solo i suoi due cani. Nella stanza principale, le immagini di Gesù e della Vergine Maria sono onnipresenti, sotto tutte le forme: foto, statuette, tazze… Maria Augusta infila il suo camice bianco. Su un tavolino sistema il necessario. Una tovaglietta bianca, una candela, un crocifisso, un piccolo recipiente d’acqua e la custodia con l’ostia.

Per una ventina di minuti, le due donne recitano dei testi dei vangeli, cantano e pregano. L’Ave Maria conclude la comunione. Maria Augusta e Gloria ripartono nei vicolo tortuosi della favela per raggiungere il domicilio di Rosa, una fedele di 89 anni, su cui veglia la figlia Sandra, la nipotina Alina e una vicina. Lo stesso rituale ricomincia. La porta d’entrata resta aperta e le voci delle preghiere che si innalzano interpellano le vicine. Dona Dorinha e Don Fatima si uniscono ai canti. Qui la preghiera è una festa, raccontano. Ci si riunisce nelle case per fare la comunione insieme”. Alla fine si discute un po’, si scherza. Maria Augusta ne approfitta per vendere qualche biglietto della tombola. “È per finanziare in parte il nostro viaggio a Gerusalemme l’anno prossimo. L’estrazione avverrà domenica prossima, vi aspetto”.

Il giro della comunione ai malati termina. Sulla via del ritorno, le due donne incrociano un gruppo di fedeli evangelical. Il saluto è cordiale, ma il disagio è palpabile. Comunque, non è raro incontrare degli evangelical nella favela. “Rio non è più cattolica!” esclama, scherzando, ma solo un po’, José Roberto, il pastore della Congregazione evangelical della Liberazione, una chiesa pentecostale situata nella via principale di Vidigal. Quando è arrivato qui, trent’anni fa, “si contavano solo quattro chiese evangelical”. Ora ce ne sono una ventina. José Robert ha lavorato qui prima come operaio per la manutenzione, muratore, poi venditore di pane, prima di diventare pastore, quindici anni fa. “Ho cominciato qui, in casa. Poi in una piccola sala, poi in una più grande. Ora siamo una trentina di fedeli nella piccola chiesa là in alto”.

Pur essendo ancora il primo paese cattolico al mondo, con i suoi 123 milioni di fedeli (su una popolazione di 194 milioni di abitanti), il Brasile, come l’insieme del continente sudamericano, vede svilupparsi in maniera esponenziale il culto evangelical. Secondo l’Istituto statistico brasiliano (IBGE) che pubblica ogni dieci anni il censimento delle religioni, la proporzione di cattolici è diminuita nel paese di 10 punti in dieci anni, passando dal 74% nel 2000 al 64,6% nel 2010 (nel 1979 i brasiliani che si dichiaravano cattolici erano il 92%). In parallelo, invece, il numero degli evangelical ha preso il volo, passando dal 5% al 22% della popolazione in quarant’anni. Tra i ventisette Stati del Brasile, quello di Rio batte tutti i record. Meno del 46% della popolazione vi si dichiara cattolico. “È un mito, il numero dei cattolici non diminuisce”, sbotta Maria Augusta aggrottando le sopracciglia, quando la si interroga in merito. Eppure, proprio lei può constatare molto bene il fenomeno delle conversioni di numerosi cattolici. “Mia madre si è convertita quando mio fratello si è sposato con una donna evangelical. Poi ha fatto pressione su mia sorella perché si convertisse. Mio padre le ha seguite perché era solo. Era malato di cancro. Ma non ha mai abbandonato Nostra Signora Aparecida (la santa patrona del Brasile), ha tenuto la sua immagine fino alla fine”, ci tiene a precisare. I rapporti con suo fratello e sua cognata sono buoni. “Sono stata loro testimone di matrimonio nella loro Chiesa. Gesù non ama le separazioni”.

“L’esplosione demografica a partire dagli anni 50 provocherà, nei decenni successivi, importanti migrazioni interne in tutti i paesi del continente”, spiega Jesus Garcia-Ruiz, antropologo, specialista delle nuove forme del religioso in America Latina. “Da questo deriva la trasformazione profonda delle società latinoamericane. Molte persone hanno lasciato le loro comunità d’origine (la famiglia, il paese) e si ritrovano senza altri punti di riferimento nelle grandi città o nelle loro periferie. Aderire ad una chiesa evangelical diventa per loro un mezzo per far parte di una comunità, per ricreare un legame sociale, una rete di appartenenza e di solidarietà”. In effetti, le Chiese evangelical hanno guadagnato terreno soprattutto nelle zone povere: nei quartieri eleganti di Rio, più dei tre quarti degli abitanti si dichiarano sempre cattolici. “Quelle Chiese sono più flessibili, più porose, e possono insediarsi ovunque. Costruiscono una convivialità, una socialità, una rete di aiuto reciproco importante”, constata Rafael Soares Garcia, storico e giurista alla Pontificia Università Cattolica di Rio de Janeire (PUC) e specialista delle favelas.

Padre Manuel Managao, vicario episcopale responsabile degli affari sociali in seno all’arcidiocesi di Rio, riconosce che le Chiese evangelical mostrano una prossimità maggiore con gli abitanti. “La popolazione di quelle zone povere soffre di molte carenze. E la Chiesa cattolica non è sempre presente per rispondervi. I credenti allora si rivolgono a coloro che sono presenti e, talvolta, sono dei gruppi evangelical”, precisa, un po’ seccato. Di fronte al traffico di droga e alla forte criminalità che ne deriva, “certe Chiese pentecostali hanno fatto della conversione dei banditi un progetto, aprendo loro le porte dei loro templi”, spiega Carly Machado, antropologo all’Università federale rurale di Rio de Janeiro (UFRRJ), che lavora su quel tema. È il caso di Paulo Giovanni, pastore da sei anni di un tempio situato sulle colline di Vidigal e affiliato all’Assemblea di Dio, una Chiesa pentecostale molto presente nelle favelas. L’uomo, 34 anni, è stato anche lui trafficante di droga – “Per due anni e mezzo, ho gestito un punto vendita nel quartiere, per la fazione Comando vermelho (“commando rosso”), una delle principale gang di Rio” – prima di incontrare un pastore che lo ha convinto a deporre le armi. Era alla fine degli anni 90, e lui aveva appena vent’anni. Alcuni anni fa, Paulo Giovanni ha creato con altri pastori un’équipe della notte. “Da mezzanotte fino alle 3 o le 4 del mattino facciamo il giro dei bar, dei vicoli e dei punti vendita di droga, per portare la parola che libera”.

Oltre che per la loro presenza, il successo degli evangelical si spiega anche con la diversità delle loro Chiese. Dall’Assemblea di Dio alla Chiesa cristiana contemporanea passando dall’Universale del Regno di Dio, le visioni della società, del mondo, della vita che vi sono sviluppate, sono estremamente diverse, se non addirittura antagoniste. La prima e più potente, l’Assemblea di Dio, esige dai suoi fedeli una certa austerità. I loro pastori non fanno voto di povertà ma vivono sobriamente. Paulo Giovanni, per esempio, guadagna 1200R$ al mese (l’equivalente di 425 €) grazie alla decima versata dai suoi fedeli: il 10% del loro salario mensile. “Questa somma mi permette di pagare l’affitto, non sono proprietario e non ho una grossa macchina”. Ben al di sotto del tenore di vita che aveva quando era bandito, riconosce col sorri

so sulle labbra. La seconda, la Chiesa cristiana universale, propone invece una totale accettazione dell’omosessualità, un tema combattuto dagli altri evangelical. La terza, infine, l’Universale del Regno di Dio, una chiesa neopentecostale che ha conosciuto un boom negli anni 90, esalta la teologia della prosperità facendo balenare davanti ai fedeli il miraggio del successo professionale e del denaro: “Non avete bisogno di essere poveri perché siete cristiani”.

I culti lì sono spettacolari, la figura del diavolo onnipresente. In questa serata di giugno, a Vidigal, il pastore neopentecostale al microfono invita i partecipanti ad alzare le braccia al cielo gridando: “Vieni in me, Gesù, vieni in me!”. Un po’ più tardi, dei credenti posseduti salgono sul palco, si espelle il diavolo in coro, tra grida e pianti. Per padre Ricardo, parroco di una delle due chiese cattoliche del quartiere, “il discorso e il culto degli evangelical sono più accattivanti. Tra i cattolici, la parola è più distante, più contenuta”. La Chiesa cattolica, cosciente del fenomeno evangelical, ha iniziato una riflessione per trovare i mezzi per farvi fronte. Tra le iniziative condotte in questo senso, vi è il movimento del Rinnovamento carismatico che riunisce fedeli cattolici e che copia i culti dalle Chiese pentecostali. Così, un piccolo gruppo si riunisce tutti i lunedì sera nella chiesa di Vidigal, in un’atmosfera molto diversa da quella della messa domenicale. “La comunicazione lì è più aperta, non si prega nello stesso modo”, racconta Alexandra la cui nipote tredicenne accompagna le preghiere con la chitarra.

Su tutt’altra scala, a San Paolo, padre Marcelo Rossi attira ad ogni incontro migliaia di fedeli nella chiesa Santo Amaro, da lui stesso fatta costruire, soprannominata “il mega-tempio di padre Rossi”. I suoi dischi sono stati venduti in un milione e mezzo di copie nel 2011. Il movimento di Rinnovamento carismatico ha un proprio canale televisivo, Cançao Nova, i cui programmi vengono ritrasmessi in molti paesi stranieri. Infatti la battaglia con gli evangelical si conduce anche sul piano della comunicazione: a capo della Chiesa universale del Regno di Dio, il vescovo Emir Macedo possiede un settimanale distribuito gratuitamente nel metrò, Folha universal, e soprattutto il secondo programma televisivo del paese, la Rede Record. In questo contesto, la scelta di Rio de Janeiro per l’organizzazione delle Giornate mondiali della Gioventù (GMG) non è certo stata fatta a caso. “Per alcuni la venuta del papa argentino a Rio indica la volontà della Chiesa cattolica di segnare il territorio, spiega Carly Machado. Il sovrano pontefice arriva in Brasile orientando la Chiesa nella direzione dei poveri. E questo va di pari passo con l’idea che la Chiesa è preoccupata per il numero dei suoi fedeli in America Latina e soprattutto in Brasile, che resta una grande nazione cattolica”. Le GMG di Rio avranno senza dubbio un impatto positivo sull’immagine della Chiesa cattolica. Ma basteranno a invertire la tendenza in un paese in cui, oltre alla crescita degli evangelical, quella più forte dei senza-religione ha anch’essa di che preoccupare il Vaticano?

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