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Il governo Letta vara il “pacchetto lavoro”: un buon inizio?

© DR
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Centrata la priorità per il Paese, le misure sono tutte da valutare. Basteranno per dare fiducia a giovani e imprese e convincere l’Europa a fare altrettanto?

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Il Governo italiano ha presentato il decreto legge che include il cosiddetto “pacchetto lavoro”. Il premier Enrico Letta è partito così “più forte” per il vertice europeo di Bruxelles, dove si attendeva un “confronto duro”, con qualche speranza di cooperazione in più proprio sul fronte dell’occupazione e di quella giovanile in particolar modo. Riferendosi alle misure appena presentate, Letta ha detto anche di sperare “che le imprese colgano l’occasione, diano esse stesse occasioni e investano” (Youdem.tv, 27 giugno).
 

D’altra parte, il lavoro non è e non può essere una priorità solo italiana. I dati del rapporto 2013 dell’Ilo dicono che in tutta l’Unione europea, rispetto alla situazione pre-crisi (2008), mancano quasi 6 milioni di posti di lavoro; e che ci sono 10,2 milioni di disoccupati in più. A febbraio 2013, il tasso di disoccupazione giovanile Ue – che si riferisce alla fascia 15-24 anni – era al 23,5% (18% circa nel 2008) con tassi del 58,4% e del 55,7% in Grecia e in Spagna. In Italia è arrivato a superare il 38%.

In questo contesto, il “pacchetto lavoro” del Governo guarda sopratutto alle situazioni più “disperate” come le ha definite il premier: si tratta “di un miliardo e mezzo di euro” che – secondo le stime offerte dal ministro del Lavoro, Giovannini, durante la presentazione – “dovrebbe produrre 200 mila occupati”. Per gli incentivi all’occupazione dei giovani “si stanzieranno 800 milioni (500 per il Sud e 300 per il resto del Paese)” la cui destinazione è vincolata anche dai criteri dei fondi strutturali europei cui si è attinto (La Stampa, 27 giugno). L’incentivo all’assunzione è pari al 33% della retribuzione mensile lorda complessiva, per un periodo di 18 mesi, per un massimo di 650 euro per lavoratore; per un periodo di 12 mesi, nel caso di trasformazione con contratto a tempo indeterminato. L’assunzione deve riguardare giovani tra i 18 e i 29 anni che si trovino in almeno una delle seguenti condizioni: siano disoccupati da più di 6 mesi, abbiano una o più persone a carico e abbiano solo la terza media.
 

Proprio su queste condizioni, che per un equivoco nelle prime battute sono state presentate da alcuni lanci d’agenzia come “contemporanee”, si sono scatenati commenti molto critici nel web e nei social network. Tra questi anche Beppe Grillo cui subito Enrico Letta ha dedicato un tweet esplicito: “Si sappia che son bugiarde le informazioni su DL lavoro per i giovani che Grillo mette sul suo blog per chiamarmi Pinocchio. #chièPinocchio?”.

Chiarito l’equivoco, il giorno successivo si è registrata meno ostilità, ma tutto sommato una certa freddezza nei commenti soprattutto degli osservatori economici, che in generale probabilmente si aspettavano più coraggio da parte del Governo delle larghe intese.
 

Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, in attesa di valutare la forma definitiva del decreto, ha detto che “è sicuramente un segnale positivo che il provvedimento degli incentivi si rivolga ad assunzioni a tempo indeterminato, a trasformazioni di contratti precari in contratti a tempo indeterminato” (Corriere.it, 26 giugno).

Per l’economista Tito Boeri, al contrario, si tratta di un “enorme spreco di denaro”: "Quando ci sono pochi fondi spesi molto rapidamente, si buttano via soldi senza incentivare nuove assunzioni". Per l’ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu, invece “la strada è quella giusta”, ma “i soldi messi sul piatto sono davvero pochi” soprattutto “per quanto riguarda il Nord” (Repubblica.it, 26 e 27 giugno).
 

E se per il vicedirettore de Il Sole 24 Ore, Alberto Orioli, “sarebbe un'ingenuità considerare questo pacchetto lavoro una leva potente per l'occupazione” (27 giugno), per Sergio Soave comunque “va considerato l'effetto che questo impegno del governo e della maggioranza può esercitare nella difficile partita che l'Italia deve giocare al livello europeo” proprio per superare “la visione angusta di un rigore che si è trasformato gradualmente in un rigorismo che produce recessione” (Avvenire, 27 giugno).

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