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Sui passi di Giovanni XXIII: il santuario di Cornabusa

Chiara Santomiero - pubblicato il 03/06/13

Un luogo che parla della devozione alla Madonna Addolorata e che accoglie i pellegrini già dal 1400

Un quadro con un grande bastimento che fende con sicurezza le acque mentre entra in un'ampia baia con delle case bianche sullo sfondo e la scritta: “Noi di Valle Imagna residenti a Buenos Aires alla beata Vergine che nel santuario di Cornabusa si onora”: è solo uno delle centinaia di ex voto conservati nel santuario di Cornabusa, un luogo che accoglie i pellegrini già dal 1400 e nel quale la devozione alla Madonna Addolorata si unisce a quella per papa Giovanni XXIII che aveva molto caro questo luogo.

Don Alessandro Locatelli è il rettore del santuario e parroco di due paesi della Valle Imagna, detta “di smeraldo” per il verde dei boschi che la contraddistingue e che si può godere in tutta la sua bellezza dalla terrazza della struttura annessa al santuario. E' lui a raccontare ai visitatori la storia di questo luogo di pace nato dalla guerra.

“Il santuario è ospitato in una grotta naturale che ha milioni di anni. E' la parola 'cornabusa' a spiegarci di cosa si tratta: “corna” in dialetto lombardo indica la roccia che sporge dalla montagna; “busa” vuol dire buca: roccia buca, cioè grotta. Tra il 1350 e il 1400 la valle fu teatro di scontri violentissimi tra guelfi e ghibellini e la popolazione correva  a rifugiarsi qui”.

La tradizione vuole che la statuetta della Madonna con il Cristo morto tra le braccia che c'è oggi nel santuario sia stata portata da una signora spinta dal desiderio di evitare che cadesse in mani sbagliate e per invocare protezione da Maria in quei tempi assai pericolosi. Poi la pace tornò, ma la statua rimase dimenticata nella grotta. Finché circa un decennio dopo la trovò di nuovo una pastorella sordomuta che improvvisamente riuscì a sentire l'acqua scorrere nel laghetto che c'è ancora nella grotta e riacquistò la parola tanto da poter raccontare il prodigio una volta tornata a casa. Come accade in questi casi la notizia si diffuse rapidamente e la gente tornò a salire alla grotta e ad affidarsi a Maria. In onore della Vergine fu costruita una prima cappella, poi ampliata e decorata e nel 1510 la grotta divenne ufficialmente un santuario.

Ancora oggi, spiega don Alessandro, “i pellegrini si bagnano con l'acqua del laghetto raccolta in alcune bacinelle e si puliscono il volto, in particolare orecchie e labbra, per essere guariti da ciò che ci rende muti e sordi e incapaci di testimoniare la nostra fede. Poi ci si ferma in preghiera davanti alla statua di Maria”.

Cornabusa è un luogo che appartiene alla devozione dei bergamaschi ma quassù vengono in tanti anche dal milanese. Ne passano almeno cento mila ogni anno. Le celebrazioni iniziano dopo Pasqua e continuano fino alla fine di ottobre. Nel periodo invernale, se non c'è la neve troppo alta, la grotta è comunque accessibile e i fedeli salgono con qualsiasi tempo. Però è l'estate il tempo “forte” dei pellegrini: salgono insieme tante famiglie con i bambini, cogliendo anche l'occasione di trascorrere un giorno nella natura in un posto davvero bello. In tanti completano qui la ricerca dei luoghi di papa Giovanni dopo aver fatto visita alla sua casa natale di Sotto il Monte.

“Papa Giovanni era molto affezionato a questo santuario”, racconta don Alessandro. Nel Giornale dell'anima Roncalli testimonia che la sua famiglia era originaria della Valle Imagna e solo successivamente i suoi antenati si erano trasferiti a Sotto il Monte. Quindi era già venuto qui da bambino ma ci sono almeno tre occasioni ufficiali che attestano la sua presenza e sono raccontate da una lapide posta nella grotta. La prima risale al 1908 quando la statua di Maria è stata incoronata regina della valle Imagna: “l'unica foto rimasta testimonia che erano presenti il cardinale Maffi, che ha deposto la corona, un vescovo bergamasco e il vescovo di Bergamo di allora, Radini Tedeschi il cui segretario era Roncalli”. Quando era già patriarca di Venezia, Roncalli tornò a Cornabusa nel 1954 per i 50 anni di ordinazione sacerdotale, trascorrendovi cinque giorni di ritiro spirituale. Infine, termina don Alessandro: “Nel 1958 Roncalli è venuto per la riapertura della grotta dopo i lavori di adeguamento che l'hanno resa come la vediamo oggi. E' salito a piedi: nella foto si può intravedere il sudore che incolla i capelli. Si tratta di un bel pezzo di strada costellato di sette cappelle per i sette dolori di Maria che adesso stiamo tentando di sistemare. Poi Roncalli è andato a Roma per i funerali di Pio XII e non è più tornato”.

Però la sua memoria è più presente che mai in questo cinquantesimo anniversario dalla scomparsa del papa buono il 3 giugno 1963. La gente passa a visitare le stanze nella quale ha dormito in quei giorni di ritiro del 1956 e che sono state ricostruite nei locali attigui al museo del santuario che raccoglie antiche tavolette ex-voto in stile popolare e altri oggetti liturgici di pregio. Si può essere devoti alla Madonna e al beato Giovanni XXIII senza conflitti. E anche qui si sente l'”effetto papa Francesco” sulle confessioni: “in un santuario le confessioni frequenti sono un fatto abituale – racconta don Alessandro che insieme a un altro sacerdote cura l'accoglienza spirituale dei pellegrini – ma ultimamente mi è capitato di sentire più di una volta persone che magari erano più di 15 o 20 anni che non si confessavano e che si sono sentite spinte a farlo dalla carica di umanità intravista nel nuovo papa”.

Un santuario è un luogo dove la gente torna a ringraziare con semplicità per l'aiuto celeste ricevuto, come testimoniano le tante tavolette di ex voto che con un disegno raccontano di guarigioni da malattie o della caduta senza conseguenze da un albero in campagna. “Abbiamo lanciato – racconta don Alessandro – un appello ai fedeli che hanno lasciato e continuano a lasciare a Cornabusa gli ex voto chiedendo loro di venirci a raccontare le storie per le quali ringraziano. Ci piacerebbe fare un archivio non solo di quadri o foto, ma anche di storie”. E non solo: “ho toccato con mano – prosegue don Alessandro – che questo è il santuario non solo di chi ha ricevuto la grazia ma anche di tutti gli altri. Anche se non è andata “bene” o nel modo in cui è stato richiesto, così come è legittimo chiedere, a Maria nostra mamma, però comunque hanno sentito la sua vicinanza nella vita e nella sofferenza e tornano a ringraziarla”. “Ecco – conclude don Alessandro – sarebbe bello mettere un ex voto per 'tutti gli altri'”.

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