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Enzo Jannacci, il difensore della vita e la carezza di Cristo

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Aleteia - pubblicato il 02/04/13

Anche i poeti insegnano a volte a pregare

Il Venerdì Santo di questo 2013 si è conclusa la vita terrena di Enzo Jannacci, cantautore, medico e prima di tutto uomo amatissimo da persone di ogni età e profondo conoscitore dell'animo umano.

Cardiologo che aveva operato anche in Sudafrica con l’équipe del dottor Barnard, il primo a tentare trapianti di cuore, pianista diplomato al conservatorio, il cantautore fondeva la comicità con la denuncia delle ineguaglianze e delle prepotenze, coniugando umorismo, impegno sociale, sentimenti profondi e una lucida visione della realtà delle periferie urbane (Agenzia Sir, 30 marzo).

Il suo gusto per lo sberleffo unito a una vena poetica tendente alla malinconia e al rifiuto di farsi incasellare lo ha reso un personaggio unico fra i cantautori (Famiglia Cristiana, 30 marzo).

Come medico, era uno strenuo sostenitore della vita, come dimostrò anche in un'intervista rilasciata nel 2009 in cui aveva affrontato il caso di Eluana Englaro. Di fronte alla ragazza e a chi è nelle sue condizioni, “persone vive solo in apparenza, ma vive”, l'“ateo laico molto imprudente” Jannacci invocava Cristo perché come medico si sentiva soltanto di alzare le braccia: “Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l’alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale”.

17 anni in stato vegetativo, riconosceva, “sono tanti”, “ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole” (Corriere della Sera, 6 febbraio 2009).

La vita, ricordava, “è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque”. Di fronte a un paziente che non ritiene più dignitosa la sua esistenza, dichiarava che avrebbe cercato di “convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute, ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino”.

Alla fine degli anni Sessanta, Jannacci si recò a specializzarsi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. “In reparto mi rimproveravano: 'Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c’entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti'. Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, 'così può attaccarsi a loro finché vuole'… ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore”.

C'era però “dell'altro”, riconosceva, confessando che negli ultimi anni la figura di Cristo era diventata per lui “fondamentale”: “è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l’idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza”. “Anche i poeti, talvolta, insegnano a pregare” (Tempi, 30 marzo).

Il cantautore 77enne si è spento dopo aver lottato a lungo contro un tumore, dopo cinquant'anni di carriera “senza schemi fissi, oltre i confini” (La Repubblica, 29 marzo).

Migliaia di persone si sono messe in coda per andare a rendergli omaggio prima alla camera ardente allestita alla clinica “Columbus”, dove era stato ricoverato per un aggravamento delle sue condizioni, e poi al teatro Dal Verme (Corriere della Sera, 2 aprile).

Il funerale verrà celebrato da don Roberto Davanzo, direttore della Caritas ambrosiana. Jannacci sarà sepolto al Famedio del Cimitero monumentale di Milano, andando a riposare accanto ad altre glorie italiane come Alessandro Manzoni, Carlo Cattaneo e Salvatore Quasimodo (Il Sole 24 ore, 1° aprile).

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