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Non è una perdita di tempo guardare i film dell'orrore?

Jorge Martínez Lucena - pubblicato il 07/03/13

Anche autori contemporanei come Paul Ricoeur si sono soffermati su questa virtù del terrore, che “va unita a eventi che non si devono mai dimenticare”. Da ciò deriva il suo carattere pedagogico, presente in tutte le culture, soprattutto in racconti mitici a cui si attribuisce l’origine dei popoli. In questo modo, alcuni film dell’orrore possono diventare una sorta di terapia dell’anima postmoderna, e lo saranno tanto più quanto migliore sarà il prodotto cinematografico, ovvero quanto più sarà orientato dalla sua origine artistica (sceneggiatura, regia, montaggio, interpretazione…) a raggiungere questa catarsi dello spettatore. Il che spesso contravviene alla deriva strettamente commerciale di buona parte del cinema, che cerca semplicemente di distrarre e intrattenere e non di approfondire la vita, per comprenderla un po’ meglio e cercarne il senso. Lo stesso accade con la visione dei film dell’orrore.

4. La Chiesa incoraggia a fare un uso responsabile del cinema, anche di quello dell’orrore: il cinema deve aiutare a pensare.

Quello che potremmo definire consumo cinematografico di intrattenimento, che cerca solo l’evasione, è un atteggiamento piuttosto comune tra noi. In buona misura, l’educazione sentimentale attuale è stata molto legata a questa concezione del cinema come lenitivo, come alienante terapeutico, come vediamo ne “La rosa purpurea del Cairo” (Woody Allen, 1985). Il cinema multisala sarebbe così una sorta di narco-sala polivalente che offre un viaggio solitario di un paio d’ore in cui il mondo non dà troppo fastidio.

Questo, però, non è l’unico modo di vivere il cinema, anche se in molti luoghi si è persa l’abitudine. Si possono proiettare film in contesti molto meno individualisti. È possibile farne un uso più consapevole e cercare di trarne frutto per la propria vita. Questa esperienza collettiva o comunitaria del cinema e del suo successivo commento dialogato è ciò che è stato chiamato cineforum o cine-club, che la Chiesa ha sempre promosso come esperienza educativa.

Quest’altro modo di rapportarsi al cinema è purtroppo minoritario, perché richiede uno sforzo e decisioni che costa fatica prendere, soprattutto in una cultura come la nostra, in cui il consumo di cinema fa parte della sfera intima, della quale siamo particolarmente gelosi, ed è in genere vissuto come legato alla logica del sentimento e dell’irrazionale e non della ragione, del privato e non del pubblico… Se ciò non bastasse, inoltre, la tecnologia permette sempre più che per vedere un film in qualità digitale non si debba uscire di casa, perché basta vederlo sullo schermo del proprio computer a un prezzo che a volte più che competitivo è del tutto inesistente.

Scegliendo bene i film, ci vacciniamo a non sprecare il nostro tempo guardando prodotti dell’orrore di scarso peso antropologico, ci assicuriamo la possibilità della catarsi. Il cinema di zombi, ad esempio, pur sembrando una stravaganza contiene a volte la possibilità di attualizzare questa capacità di giudizio che abbiamo ma che in numerose occasioni manteniamo sopita. Se guardiamo film distopici come “L’alba dei morti viventi” (Zack Snyder, 2004) o “La terra dei morti viventi” (George A. Romero, 2005), è facile osservare come l’apparato del terrore funzioni perfettamente e scateni, se ci lavoriamo un po’, le nostre capacità critiche nei confronti di problemi come la disuguaglianza sociale, la banalizzazione della violenza, l’alienazione per il consumo, la dissoluzione della frontiera tra uomo e animale, l’economicismo esacerbato e altre questioni.

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Tags:
cinemafilm
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