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Per chi voteranno i cattolici?

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I credenti sono rilevanti o conteranno solo fuori dal Parlamento?

In vista delle elezioni ormai imminenti, i cattolici non sfuggono alla marea nera di sondaggi d'opinione, inchieste e supposizioni. Molti si chiedono come voteranno e allora ecco anche i figli di della Chiesa “etichettati” in base alle preferenze politiche che hanno o piuttosto sembrano avere.

Secondo un sondaggio Demopolis per conto di “Famiglia Cristiana”, i cattolici che si dicono incerti sul voto sono a poche settimane dalle consultazioni il 16%, cui si aggiunge il 21% di chi tendenzialmente potrebbe cambiare idea.

Quanto ai rimanenti, per il centro-sinistra di Bersani sembra propendere il 31% dei cattolici praticanti (contro il 34,5 della media degli elettori nazionali), per il centro-destra di Berlusconi il 27,5 (la media è del 27), per il centro di Monti – la cui coalizione comprende anche Fli e Udc – il 25% (contro la media nazionale del 15), per il Movimento 5 stelle di Grillo il 10,5% (contro il 16), per la Rivoluzione civile di Ingroia il 3% (contro il 4,5) (Famiglia Cristiana, 30 gennaio). In queste elezioni, i credenti sembrano vivere “un singolare destino”: sono “praticamente scomparsi dalla scena politica”, almeno nei programmi, ma sono anche “determinanti per la conquista della maggioranza alla Camera e soprattutto al Senato”.

Un altro sondaggio realizzato da “Jesus”, mensile di cultura e attualità religiosa della Società San Paolo, su un campione di 30 membri di Consigli pastorali parrocchiali di tutta Italia ha rilevato che il 42% dice che sceglierà il Pd di Bersani, il 15% la Scelta civica di Monti; solo una persona sceglierà certamente Sel di Vendola, nessuno è sicuro di preferire il Pdl di Berlusconi o la Lega di Maroni, nessun voto verrebbe dato alle liste di Grillo e Ingroia o all'Idv di Di Pietro. Una persona ha affermato di volersi astenere dal voto, ben 9 su 30 (il 27%) sono ancora indecise (Jesus, febbraio 2013).

Quanto al tema dei “valori non negoziabili”, non sembra un criterio fondamentale per la scelta politica, prevalendo argomentazioni di tipo “laico” come l'onestà/moralità pubblica del candidato, le scelte di politica-economica, la protezione delle fasce deboli della popolazione o il ruolo del welfare.

In alcuni prevale ad ogni modo l'impressione che “per un cattolico appassionato al bene comune sarà davvero difficile destreggiarsi, ci sarà da turare il naso”, mancando ancora sulla scena “un'opzione davvero rassicurante sul modello europeo”, e che soprattutto per i credenti i giochi veri “si faranno fuori dal Parlamento” (Il Sussidiario.net, 31 gennaio)

Per il presidente del CENSIS, Giuseppe De Rita, i cattolici sembrano irrilevanti almeno nel primo periodo di campagna elettorale per “una debolezza culturale profonda”, dovuta a un pensiero Stato-centralista  (Tempi, 2 febbraio).

Parlando di questioni politiche, ha osservato, sembrerebbe che si cerchi di “conservare l’impeto della fede, anche a costo di perdere qualcosa della sua manifestazione pubblica, fatta anche della presenza in politica”, perché la fede “vale più della espressione fattuale che ne deriva”, soprattutto se ci si riferisce a “un territorio insidioso e controverso come quello abitato dai partiti”.

Per De Rita, quindi, il contributo dei cattolici a queste elezioni non si sente perché troppo frammentato e diviso, e i credenti credono troppo nello “Stato” e nel suo welfare, mentre a suo avviso l’originalità dei cristiani è proprio quella di sapere andare “oltre” lo Stato, verso un  “policentrismo dei poteri” (MicroMega, 4 febbraio).

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