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La mancanza di fede, causa di nullità matrimoniale?

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Un tema affrontato da Benedetto XVI più volte nel corso degli anni

Nell'udienza ai membri del Tribunale della Rota Romana, svoltasi il 26 gennaio, Benedetto XVI ha invitato ad approfondire la riflessione sulla mancanza di fede degli sposi come causa per dichiarare la nullità di un matrimonio.

 

Non intendo certamente suggerire alcun facile automatismo tra carenza di fede e invalidità della unione matrimoniale, ma piuttosto evidenziare come tale carenza possa, benché non necessariamente, ferire anche i beni del matrimonio”, ha sottolineato (Vatican Insider, 27 gennaio).

 

Il papa ha affrontato molte volte la questione nel corso degli anni. Quando era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ha invitato diverse Conferenze episcopali e specialisti a studiare il problema un sacramento celebrato senza fede. “Se realmente si possa trovare qui un momento di invalidità perché al sacramento mancava una dimensione fondamentale non oso dire – affermò nel 2005 Benedetto XVI in un dialogo con i sacerdoti –. Io personalmente lo pensavo, ma dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito”.

 

Ai membri della Rota Romana, il pontefice ha ricordato che “non si deve prescindere dalla considerazione che possano darsi dei casi nei quali, proprio per l’assenza di fede, il bene dei coniugi risulti compromesso e cioè escluso dal consenso stesso; ad esempio, nell’ipotesi di sovvertimento da parte di uno di essi, a causa di un’errata concezione del vincolo nuziale, del principio di parità, oppure nell’ipotesi di rifiuto dell’unione duale che contraddistingue il vincolo matrimoniale, in rapporto con la possibile coesistente esclusione della fedeltà e dell’uso della copula adempiuta humano modo” (Famiglia Cristiana, 27 gennaio).

 

Anche se il matrimonio cristiano “non richiede, ai fini della sacramentalità, la fede personale dei nubendi” e quindi non bisogna confondere il problema dell’intenzione con quello della fede personale dei contraenti, non è dunque possibile “separarli totalmente”. In un documento del 1977, la Commissione teologica internazionale evidenziava ad esempio che qualora “non si avverta alcuna traccia della fede in quanto tale” si pone “il problema di sapere” se “l’intenzione generale e veramente sacramentale” sia “presente o no, e se il matrimonio è contratto validamente o no”.

 

La mancanza di fede nell'unione matrimoniale può quindi “ferire anche i beni del matrimonio”. “A nessuno”, ha infatti spiegato, “sfugge come sulla scelta dell’essere umano di legarsi con un vincolo che duri tutta la vita influisca la prospettiva di base di ciascuno, a seconda cioè che sia ancorata a un piano meramente umano, oppure si schiuda alla luce della fede nel Signore” (Radio Vaticana, 26 gennaio).

 

Solo aprendosi alla verità di Dio e di conseguenza alla fede è infatti possibile comprendere e realizzare nella concretezza della vita anche coniugale e familiare “la verità dell’uomo quale suo figlio, rigenerato dal Battesimo”. Il rifiuto della proposta divina conduce invece “ad uno squilibrio profondo in tutte le relazioni umane, inclusa quella matrimoniale, e facilita un’errata comprensione della libertà e dell’auto realizzazione, che, unita alla fuga davanti alla paziente sopportazione della sofferenza, condanna l’uomo a chiudersi nel suo egoismo ed egocentrismo” (Agenzia Sir, 26 gennaio).

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