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La famiglia è il primo lavoro dell’uomo

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Famiglia e lavoro sono realtà naturali, e in quanto tali non possono confliggere

Al vaglio dei Consiglio dei Ministri una bozza di decreto legge che prevede una modifica al congedo parentale per i genitori lavoratori. 

Tra lavoro e famiglia dev'esserci non una conciliazione, ma un’integrazione. Il distinguo non è solo linguistico, ma in primo luogo di sostanza. Se il fine fosse cercare la conciliazione tra questi due mondi, significherebbe infatti che le due realtà sono tra loro in conflitto, ma non è così: perché sia il lavoro che la famiglia sono “realtà naturali”, e ogni realtà pienamente umana “non può entrare in conflitto con un’altra realtà pienamente umana”, visto che “l’uomo per natura non è in sé contraddittorio” (La Nuova Bussola Quotidiana, 11 dicembre).


È dunque più corretto parlare di “armonizzare” famiglia e lavoro, cioè trovare il giusto posto ad ogni cosa, e il giusto posto della famiglia “si situa al di sopra di quello del lavoro”, che è sì un fine esistenziale dell’uomo, ma è rivolto “al proprio perfezionamento, al benessere della famiglia e sociale, e in ultima istanza a Dio”. È quindi il valore della famiglia, insieme a quello del bene comune, che illumina il lavoro, e non viceversa, perché “è la famiglia il primo lavoro dell’uomo”.


A volte tutto ciò può sembrare solo teoria, al punto che ci si può persuadere “della bontà di allearci con il lavoro per lasciare le briciole di noi stessi al focolare domestico”. “Il primo ha fagocitato le relazioni familiari perché la professione – nell’immaginario collettivo – è la realizzazione di sé, la famiglia è ciò che toglie tempo e risorse al 'sé'”. Il problema è che si è dimenticato o non si crede più che la persona realizzi se stessa solo attraverso la realizzazione del coniuge e dei figli. Il tempo risparmiato al lavoro sarà quindi buon tempo se investito in famiglia, cattivo tempo se verrà vissuto “come tregua momentanea al conflitto lavoro-famiglia oppure come tempo di libera uscita dal carcere del lavoro”.

In questo panorama, è al vaglio dei Consiglio dei Ministri una bozza di decreto legge che prevede una modifica al congedo parentale per i genitori lavoratori. Ad oggi entrambi possono rimanere a casa per un certo numero di mesi nei primi otto anni di vita del bambino, potendo frazionare questo lasso di tempo in mesi, settimane e giorni. Se la bozza diventerà decreto, la frazione riguarderà anche la mezza giornata lavorativa, in ottemperanza a una direttiva UE che disciplina la materia.

Se confermata, la norma permetterà quindi ai genitori di scegliere una diminuzione dell’orario di lavoro per la maternità e l’assistenza ai figli anziché assentarsi del tutto dall’attività lavorativa (Avvenire.it, 4 dicembre). Il provvedimento riguarda la questione dell'accudimento dei figli, soprattutto nei primi anni di vita, finora affrontata in termini “assoluti”, complice la rigidità dell'organizzazione del lavoro che ha costretto spesso i genitori lavoratori – principalmente le donne – a una scelta obbligata di fronte a un'alternativa netta, “o la totale delega educativa e affettiva o le dimissioni” (Il Sussidiario.net, 6 dicembre).

Il congedo parentale, noto come astensione facoltativa, è stato finora poco flessibile, interpretato spesso come “un 'esilio' lavorativo, una parentesi netta nella carriera, spesso con conseguenze nefaste per quest'ultima”. Il congedo a ore potrebbe invece incoraggiare i padri lavoratori a dedicarsi ad accudire i figli neonati, senza dover temere di essere depennati dalla lista dei lavoratori più diligenti.

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