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Anche l’astrattismo può essere arte sacra?

Rodolfo Papa - pubblicato il 09/10/12

Un altro aspetto insopprimibile dell’arte cristiana è la bellezza. L’arte sacra non può che essere bella, perché la bellezza è l’aspetto mediatore tra visibile e invisibile, compito che costituisce la precipua identità della pittura sacra. Modello di ogni bellezza è la Bellezza divina di Gesù. Specifica con grande chiarezza Benedetto XVI: «con notevole frequenza udiamo citare Dostoevskij: “La bellezza ci salverà”. Ma il più delle volte si dimentica che il grande autore russo pensa alla bellezza redentiva di Cristo. […] E nulla può metterci maggiormente a contatto con la Bellezza di Cristo che il mondo del bello realizzato dalla fede»[1]. La bellezza è, dunque, l’aspetto visibile dell’azione creatrice e redentrice di Dio, e le arti sacre costruiscono “il mondo del bello realizzato dalla fede”.

Da questo consegue un’altra caratteristica centrale delle arti sacre: la figuratività. L’arte sacra di ogni tempo si fonda su un’opzione fondamentale che Carlo Chenis chiamò la “opzione figurativa”. Essa riguarda tutte le arti e in modo precipuo l’arte della pittura. La fondazione della figuratività della pittura sacra è peculiarmente cristocentrica, come è espresso nel Catechismo della Chiesa Cattolica: «Poiché il Verbo si è fatto carne assumendo una vera umanità, il corpo di Cristo era delimitato. Perciò l’aspetto umano di Cristo può essere "dipinto" »(n. 476). La pittura cristiana nasce dal fatto misterioso dell’Incarnazione del Verbo divino, ed è originariamente figurativa, in quanto il corpo di Cristo è un corpo reale. L’arte pittorica sacra cristiana deve esprimere una visione del mondo in cui al centro della realtà creata e redenta c’è l’Incarnazione. Come ricordava il card. Joseph Ratzinger: «La totale assenza di immagini non è conciliabile con la fede nell’incarnazione di Dio»[2].

Il realismo figurativo è, dunque, una caratteristica insopprimibile del sistema dell’arte cristiana, e non è una scelta stilistica; ciò vuol dire che tutti gli stili figurativi sono, in linea di principio, potenzialmente compatibili con il sistema d’arte cristiano, mentre tutti i sistemi che rifiutano la figura (astratto, informale, arte povera, action painting, etc., etc.) ne sono di fatto incompatibili. Entro questa prospettiva, all’artista cristiano è chiesto un particolare impegno: quello di rappresentare la realtà creata e attraverso essa e in essa quell’“oltre” che la spiega, la fonda, la redime. Chenis sottolinea la capacità del figurativo di esprimere nell’immagine il suo significato: «Con il figurativo si raggiunge infatti la realtà, ma anche si indica il mistero»[3].

Anche in Cornelio Fabro, in una riflessione a margine di un grande artista quale Tiepolo, troviamo un’interessante sottolineatura di come il figurativo riesca a cogliere oltre la figura stessa: «L’arte cristiana, quella che s’illumina della fede come questa del Tiepolo, arriva molto più in là della filosofia, perché guarda a Cristo con gli occhi dell’amore e sa esprimere nella figurazione la trascendenza di una speranza di suprema consolazione che è offerta a ogni uomo».[4] La pittura figurativa necessariamente viene richiesta dalla finalità liturgica dell’arte sacra; infatti l’«immagine di Cristo è l’icona liturgica per eccellenza» (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 240)e «l’iconografia cristiana trascrive attraverso l’immagine il messaggio evangelico che la Sacra Scrittura trasmette attraverso la parola. Immagine e Parola si illuminano a vicenda»(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1160). Nel figurativo, dunque, avviene il pieno concretizzarsi di un sistema artistico che si nutre della fede ed è un sistema che cerca costantemente di conformarsi a quanto Gesù Cristo rivela ed insegna.

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