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“Anziana a me? ma come si permette!”: per gli esperti non si è vecchi prima dei 75 anni

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Un recentissimo convegno sancisce che è proibito parlare di vecchiaia prima dei 75 anni

Il 63° convegno della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, tenutosi a Roma presso il Centro Congressi Auditorium della Tecnica dal 28/11 al 1/12 scorso dal titolo: “Gli anziani: le radici da preservare”, ha sancito, ratificandolo sostanzialmente in modo notarile, quanto era da tempo sotto gli occhi di tutti noi: il fatto che diventiamo vecchi molto più tardi dei nostri genitori e dei nostri nonni.

Si è vecchi solo dopo i 75 anni

Da oggi pertanto possiamo sostenere che la popolazione italiana, anche se sempre più attempata, può considerarsi ringiovanita, pur se non in termini strettamente anagrafici: infatti si considera ufficialmente anziano un soggetto solo dopo che ha superato i 75 anni. “Un 65enne di oggi ha la forma fisica e cognitiva di un 40-45enne di 30 anni fa. E un 75enne quella di un individuo che aveva 55 anni nel 1980”, spiega Niccolò Marchionni Professore Ordinario all’Università di Firenze e Direttore del Dipartimento Cardiovascolare dell’Ospedale di Careggi (Ansa.it). L’asticella della vecchiaia, fino a non molto tempo fa collocata a 65 anni, è stata alzata per adattarla “alle attuali aspettative di vita nei paesi con sviluppo avanzato” (Ibidem) afferma l’accademico, che così prosegue: “i dati demografici ci dicono che in Italia l’aspettativa di vita è aumentata di circa venti anni rispetto alla prima decade del ‘900. Non solo, larga parte della popolazione fra i 60 e i 75 anni è in ottima forma e priva di malattie”(Ansa).

È tutto oro quello che luccica?

Ricordo ancora un biglietto di compleanno che scrissi per mio nonno: “L’età dell’uomo, vista dal di dentro, è eterna giovinezza” (Hugo von Hofmannsthal), lesse e sorrise un po’ beffardo. Chissà come commenterebbe oggi questa notizia! 🙂

Se quindi in Occidente abbiamo guadagnato 10 anni di vita in più negli ultimi 40 anni e 3 negli ultimi 12, come afferma il genetista Edoardo Boncinelli che prevede: “… raggiungere un secolo di vita non è probabilmente una chimera. In ogni nazione il numero dei centenari aumenta in continuazione e l’età massima raggiungibile cresce di un anno ogni dieci” (Corriere.it), è tutto oro quello che luccica?

L’aumento delle patologie neurodegenerative

Sotto il profilo medico l’allungamento della vita ha fatto aumentare l’incidenza di malattie una volta più rare come le patologie neurodegenerative (l’Alzheimer e le altre forme di demenza, il morbo di Parkinson), i disturbi cardiovascolari e le neoplasie (Ibidem). È il prezzo e l’altra faccia della medaglia dell’aumento della longevità con cui la medicina e l’assistenza sanitaria pubblica stanno facendo e dovranno sempre più fare i conti, sia in senso scientifico ed organizzativo che di moneta sonante. È per questo motivo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità già nel 2002 ha sottolineato come l’invecchiamento della popolazione costituisce “un trionfo e una sfida”, in quanto a più anni di vita non corrisponde automaticamente una migliore qualità di vita. L’OMS ha pertanto lanciato da tempo la campagna mondiale dell’Active Ageing (invecchiamento attivo) con l’obiettivo di passare da politiche basate sui bisogni delle persone anziane considerate come soggetti passivi, a politiche che riconoscono ad ogni individuo il diritto e la responsabilità di avere un ruolo attivo e partecipare alla vita della comunità in ogni fase della vita compresa l’età anziana.

In questo ambito il problema più serio e difficile da affrontare non è tanto quello sanitario, ma quello sociale. Oltre a corsi di ginnastica dolce, scuole di ballo e gite in allegre comitive con i capelli bianchi, cosa potranno fare queste schiere di vecchietti ancora arzilli per sentirsi socialmente attivi, considerando che le motivazioni di un ultra 70enne sono ben diverse da quelle di un 60enne e di un 40enne? Da più parti si auspica la prospettiva di creare condizioni per una maggiore vicinanza con le generazioni più giovani, occasioni di interazione ed incontro in cui l’anziano può rappresentare fonte privilegiata di viva memoria biografica a differenza di quella asetticamente documentale fruibile dai media, oltre a trasmettere quella sensibilità per i valori più autenticamente umani e spirituali che questa fase della vita porta a privilegiare, grazie all’uscita dalle ferree maglie del circuito produttivo oggi diventato sempre più opprimente ed alienante. Giocando sul titolo del convegno di cui abbiamo appena dato conto, gli anziani non sono solo radici da preservare e conservare, ma soprattutto labbra da cui raccogliere pillole di saggezza e di matura esperienza di vita, che oggi sembrano difettare, e non poco, nelle nuove generazioni dei nativi digitali.

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