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Il tempo del raccolto: cosa c’è di bello nell’essere anziani?

© Ruslan Guzov

Miguel Pastorino - pubblicato il 01/07/16

Invecchiare è un'arte che richiede preparazione. Come ti stai preparando tu?

Non è che per il fatto di avere più anni si coltivino virtù nuove e migliori, ma se si è disposti a vivere in pienezza ogni tappa della vita ci sono virtù proprie di ogni periodo, che rendono ogni momento della vita qualcosa di unico e prezioso, insostituibile. Ed è soprattutto nella vecchiaia che ci viene concesso di raccogliere e godere quello che abbiamo seminato a tempo debito.

Il teologo Romano Guardini, nella sua opera sulle età della vita, mette in guardia contro la visione infantile di considerare preziosa solo la giovinezza. Attualmente, infatti, il modello di realizzazione personale sembra essere l’“eterno adolescente”, e così l’età adulta e ancor di più la vecchiaia sembrano tappe alle quali non si vuole arrivare e a cui non si vuole guardare, rendendole invisibili a livello sociale. Più grave per la società è quando gli stessi adulti e anziani non valorizzano la tappa che stanno vivendo e guardano ai più giovani con disprezzo e amarezza.

Il contatto con le persone anziane è sempre un confronto silenzioso con il nostro invecchiamento e le nostre paure. Chi rifiuta il proprio invecchiamento trasferirà questo rifiuto sulle persone che ora sono anziane, perché la vita dell’anziano è uno specchio di un futuro possibile e dell’inevitabile invecchiamento di ciascuno di noi. Chi riesce già da giovane ad accettare l’anziano con tutte le sue limitazioni in qualche modo valorizza le virtù proprie della vecchiaia e vede anche i suoi valori e le sue ricchezze. L’amore e il rispetto, la cura e la generosità nei confronti dei più deboli sono un modo di abbracciare la propria vulnerabilità.

Un periodo di accettazione

Una delle esperienze più liberatrici della vita è l’amore di accettazione, sapersi amati e accettati. Forse la più difficile da raggiungere è l’accettazione di se stessi, ma le difficoltà proprie dell’invecchiamento e l’esperienza di nuovi limiti ci obbligano a guardare dentro, a cambiare lo sguardo. Scriveva Guardini che molte cose che sembravano della massima importanza smettono di esserlo, mentre altre che sembravano insignificanti acquistano intensità e peso.

Per poter vivere le cose nuove bisogna morire a ciò che non è più; per aprirsi a ciò che viene bisogna abbandonare quello che non potrà più essere. Dice il filosofo ebreo Martin Buber che non si riesce a invecchiare in modo soddisfacente in un momento, ma bisogna prepararsi bene per questa tappa in cui si perdono molte cose e ci si deve distaccare da molte cose per potersi liberare interiormente. Per Buber il sapore perduto di quello che abbiamo vissuto in precedenza ci obbliga a ricominciare costantemente, con un orizzonte di speranza in quello che verrà.

Non è facile trovare una risposta ai dolori e alle perdite che comporta l’invecchiamento, ma tutte le testimonianze di chi vive la propria vecchiaia con allegria concordano sul fatto che la via migliore è l’accettazione di se stessi e della realtà per come ci si presenta. Vivere nella verità e partendo da questo riconciliarsi con se stessi accettando i propri limiti e guarire le ferite del passato in base all’esperienza dell’amore incondizionato di Dio, che ci spinge ad amarci con un nuovo sguardo, ci restituisce la pace. Il gesuita olandese Peter van Breemen insegna che la vita si può realizzare solo se ci accettiamo con tutto: con i nostri successi e i nostri fallimenti.

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