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«E io avrò cura di te», l’accudimento che guarisce l’anima

COPPIA, ANZIANI, FELICI
Shutterstock
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Un viaggio nell'assistenza domiciliare, una proposta umana che parte dagli anziani, malati e disabili: tutti noi abbiamo bisogno di una mano che ci aiuti

Onora il padre e la madre. Me lo sto ripentendo senza sosta, in questa estate di giorni torridi e temporali; che è un po’ come la mia testa, tra ribollimenti e tuoni.

Onorare la mamma, ancora ancora. Ma te, babbo, come ti onoro?
Me lo chiedo, con rabbia e amarezza, da settimane tutte le volte che lui mi sbatte in faccia il telefono e la porta. Anziano, non più autosufficiente: è durissima da accettare per un uomo robusto, gran lavoratore del ferro e dei campi per una vita intera.

Vorrei trovare una soluzione, in fretta, che lenisse i suoi bisogni e la sofferenza di noi familiari. No, è la sua risposta. Non voglio aiuto, ribadisce perfino con cattiveria. Poi si pente di aver ferito chi ama. Poi litighiamo, piangiamo di nuovo.

Malato tu, malato io

Non senza sensi di colpa, ho cominciato a pensare che io-figlia e mia madre-moglie abbiamo bisogno di un aiuto esterno. C’è un groviglio di emozioni troppo stretto tra noi per permettere un accudimento adeguato. E quanto è difficile accettare che sia amore anche quello che delega, accettando il peso di ammettere: «Io non sono più capace di aiutarti da sola».

Dante diceva che la vecchiaia è l’età in cui si devono ammainare le vele. Cedere, lasciarsi fare, mollare la presa. Ma chi deve ammainare la volontà e il cipiglio? L’anziano o tutta la sua famiglia? Entrambi, perché il mistero delle relazioni sta proprio nel fatto che sono vive e quindi devono cambiare, anche fino a capovolgersi, rinascere in modo imprevedibile.

Non ho bisogno di soluzioni per mio padre, ma innanzitutto di stare da capo dentro il rapporto con lui, che richiede di conoscersi da capo una volta di più.
È questo il guadagno che mi è piovuto addosso come acqua rinfrescante leggendo il racconto di Fabio Cavallari La cura è relazione, ed Lindau, 2018.

CURA, RELAZIONE, CAVALLARI
Lindau

Con pudore e delicatezza Cavallari è entrato nelle case, nelle storie più intime di dodici famiglie, uomini e donne, giovani e anziani, che si sono incontrati nella malattia e che insieme, dentro una reciprocità non scontata, hanno fatto passi condivisi, costruendo, di fatto, una comunità.

La vita chiede presenza, partecipazione, adesione. Nessuno vuole rimanere solo, ammalato o sano che sia. Tutti noi abbiamo bisogno dell’altro, di una mano che ci aiuti, ci sostenga, accompagni la nostra fatica. (da La cura è relazione)

Quando la malattia in tutte le sue forme bussa alla porta, da quelle crudelissime che colpiscono in tenera età fino alle patologie della senilità, l’orizzonte familiare rischia di cadere sotto l’incantesimo di uno specchio deformante.

«Il malato deve essere guarito» può diventare una legge-trappola, perché l’intero nucleo domestico è parte ferita di fronte a un proprio caro che ha bisogno. Chi è malato? Chi deve essere curato? Dare risposte non scontate a queste domande può essere l’inizio di un percorso di cura anche per i cosiddetti «sani».

Sfogliando le storie narrate da Cavallari, mi stupiscono due testimonianze. La prima è quella di un infermiere che decidere di intraprendere questo mestiere dopo essere stato un barman affermato: la morte del nonno lo scuote al punto di riscrivere completamente la sua vita e mettersi al servizio degli altri. Dai party all’assistenza agli anziani, è un viaggio che in pochi sceglierebbero di intraprendere.
La seconda è quella di una mamma che sceglie di diventare assistente domiciliare dopo la morte della figlia: il dolore non si può lenire, ma si può non precipitare nella disperazione condividendolo.

ANZIANO, INFERMIERA, PIANGERE
Shutterstock

Riassume il senso di questi percorsi umani coraggiosi Melania, una coordinatrice dei Servizi di Assistenza domiciliare:

«Si potrebbe dire che la premessa che sta alla base di una scelta lavorativa di questo tipo risiede nella volontà di guardare l’altro come parte di sé». (Ibid. )

È questo l’unico specchio che ci può far rimanere umani, dentro la disumana contraddizione che è la disabilità, la patologia incurabile, la demenza senile. Non c’è l’altro – il malato – e noi. Ci siamo noi con lui, qualunque nuova via di relazione ci chieda questa constatazione.

La famiglia che non c’è più

C’è un grande attrito alla novità e soprattutto a quella specie di novità che riguarda le relazioni. Siamo diventati bravissimi a starcene per conto nostro e se ci leghiamo a qualcuno vogliamo avere la garanzia di poterci liberare di lui più in fretta possibile, senza strascichi. Che illusione.

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